Un Post Opificio di scrittura

Immagine tratta da "the age of innocence"

Immagine tratta da “the age of innocence”

Qualche tempo fa scrivevo un post dal titolo: “20 Marzo 2013: le porte dell’Opificio stanno per aprirsi!“. Un paio di visioni sull’arte di scrivere e qualche idea costituivano le premesse con cui iniziare il corso di scrittura narrativa di equiLibri digitali.
Chi non è stato colto dal fascino voluttuoso di un testo, quel momento in cui siamo affabulati dall’architettura delle parole e assorbiamo significati molteplici a seconda di emozioni presenti e passate nella nostra vita. Sfidare quel mondo imitandolo è un buon motivo per entrare dentro una bottega artigiana di scritture alla ricerca della propria narrazione.

I ferri del mestiere

Il bagaglio richiesto dal corso di scrittura è essenziale: una penna e la carta (io, almeno, avevo la carta), ma da subito capisci che non è proprio così minimal e in effetti nasconde il buco nero di letture fagocitate, universi di libri scelti e non scelti. Prima di scrivere la più banale delle lettere siamo lettori e ci portiamo addosso i vocaboli e i significati delle nostre narrazioni. Lettori dell’era web che quotidianamente attribuiscono sensi e si perdono nella confusione di micro testi e letture di 140 caratteri, mescolando generi e stili, e oggi più che mai sperimentano forme di scritture “liquide”, che amplificano l’ambiguità della parola.

La dolcezza della disambiguazione

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Immagine tratta da “the age of innocence”

La parola ha mille chiavi di lettura e inghippi, così capita di leggere in un tweet “certe persone hanno le parole amare … che solo la solitudine sa dare” e inciampare su inconsce scelte semiotiche che traducono “amare” in un infinito presente o in un attributo, cambiando il senso della comunicazione. Ma non è il mondo del web a creare confusione e varie attribuzioni di senso, è la parola stessa a contenere infiniti mondi da sempre.

Gli universi di senso della lingua che ci appartiene vengono definiti da Tullio De Mauro come “Le porte dell’infinito” , in un bell’articolo di Luisa Carrada.

Una lingua sono tutte le parole che ci circondano, quelle intorno e fuori di noi, che leggiamo, pronunciamo, usiamo per intrecciare continue relazioni con gli altri. Ma sono soprattutto le parole dentro di noi, quelle del ragionamento, del pensiero, del dialogo interiore. Le parole non ci lasciano mai soli. Una lingua ha le sue regole, ma per fortuna anche mille eccezioni e mille imperfezioni. Sono proprio loro a permettere alla lingua, e quindi a noi che la usiamo, di “aprire alla nostra finitezza le porte dell’infinito”. Cioè di dire una enorme quantità di cose impensabili, indicibili, mai dette, sconosciute.

Un inizio partito da qualcosa

Per rompere il ghiaccio la prima consegna di inizio corso chiedeva di descrivere in cinque minuti e in cinque righe un episodio imbarazzante della propria vita, così dentro un respiro culturale di gruppo prendeva forma la narrazione di una giornata di vento a Marsiglia con addosso una gonna svolazzante, una clamorosa caduta dalla bicicletta e molto altro… Il percorso dell’Opificio partiva da abbozzi disordinati di poche righe e prometteva di trasformarli in suggestioni narrative edite in un manufatto digitale.

L’incipit

Esistono incipit statuari come quello dell’omonimo romanzo di Chaim Potok:

Il mio nome è Asher Lev.

 

oppure periodi surreali come quello che apre “La metamorfosi” di Franz Kafka:

Gregorio Samsa, svegliandosi una mattina da sonni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo.

 

L’incipit è un elemento metaletterario che parla in maniera immediata del testo stesso, contrae in poche parole personaggi, luoghi e conflitti. La voce narrante si presenta immediatamente, prima ancora di diventare intreccio. A quel punto comincia ad apparire lo sguardo del personaggio e pian piano lo scrittore, che  non è un burattinaio, crea caratteri differenti per ciascun protagonista, inseguendo spessore e il minor numero possibile di giudizi. Lo sforzo della caratterizzazione riesce quando i personaggi cominciano a muoversi da soli nella trama rispondendo più a se stessi che allo scrittore, svelando i propri lati oscuri.

Una trama di matrioske

Tra esercitazioni e confronto abbiamo imparato molteplici aspetti della narrazione, ma soprattutto a riconoscere l’arte di scrivere come la più pubblica delle espressioni, non un fatto privato tra noi e il foglio. Non importa quanta urgenza abbiano i nostri discorsi o gli ideali di una generazione, se non riusciremo a comunicare quanto più ci appartiene, le parole rimarranno piccole isole di segni. Per scrivere tocca immaginare il lettore seduto accanto a noi e offrirgli la scorza esterna della narrazione.
L’impalcatura del racconto si erge su una trama di nodi, una matrioska che ne nasconde altre attraverso dettagli, coerenza della storia nello spazio e nel tempo, ritmo della sintassi e un buon inizio.

L’altra metà della storia

Luna_1Viviamo l’era 2.0 delle narrazioni virtuali, della messa in discussione del concetto di autorevolezza e del ruolo dell’autore, ma – per paradosso – è ancor più reale e importante il criterio di bellezza ed emozione con cui il lettore accoglie e giudica uno scritto, la sua metà della storia.
L’altra metà della storia appartiene al lettore, si tratta di una proprietà immaginifica che allarga talmente tanto le narrazioni, da confinare il contributo autorale alla capacità di creare suggestioni. Le “motivazioni” dello scrittore sono messe a soqquadro dalle “visioni” dei lettori e la materia che abbiamo forgiato non sarà altro che un eterno incipit per storie sconosciute, solamente abbozzate.

Come dice il professor Tullio De Mauro le porte per il mondo l’infinito della parola passano da poche certezze tra cui:

la capacità di combinare un numero limitato di parole, magari trite e quotidiane, in un numero praticamente illimitato di frasi diverse.

 

Il punto di arrivo di quest’esperienza si è concretizzato in un racconto partito da una parola trita, post-moderna e scelta in quanto metafora e mezzo stesso del viaggio: la metropolitana.
Così da un treno nei sotterranei di Torino si dipanano viaggi persi, occasioni per cambiare completamente orizzonte e stare a vedere cosa accade quando certe coincidenze si perdono e altre si svelano. I nomi delle fermate, i luoghi sotterranei, le stesse porte di vetro e le stesse scale… un lessico prestabilito come intento e un numero praticamente illimitato di frasi e fati.

ebook Devo andare. Ho la metro da perdere” nasce come esperimento di narrazione e si concretizza in un manufatto digitale. L’ipertesto narrativo di questo e-book permette al lettore di scegliere quale diverso inizio dare alla storia in un gioco tra viaggi sotterranei differenti, saltando qua e là da un treno all’altro dopo aver incontrato i protagonisti di tutti i racconti. Il prologo cambia veste e, siccome quella del prologo gli sta stretta, diventa cornice ovvero la matrioska più esterna. Qui un protagonista si muove alla ricerca di 12 personaggi, incontri fortuiti su cui inciampa nel tentativo di arrivare alla fermata di destinazione e ce li presenta scrivendo lui stesso l’architettura dei link e la sua parte di storia.

Le suggestioni create dai 12 racconti (più uno, il prologo) presto le troverete qui e a voi lettori non resta che farli uscire dal gheriglio di noce digitale della narrazione e dotarli di sensi, mondi, visioni ed emozioni.

Ai maestri equilibristi che hanno accompagnato e curato i contenuti di questo e-book devo un grazie per le importantissime cesellature editoriali e per i significati condivisi. Contraggo questo ringraziamento nella bella definizione di Roman Jakobson:

per diventare dei veri maestri non bisogna essere troppo precisi, ma un po’ confusi.

 

La confusione che ho portato con me sulla soglia del corso potrei definirla come la più chiara delle scoperte: mi iscrivevo per conoscere l’escatologia del creare mondi e ho incontrato la bellezza di un’arte che restituisce infiniti sguardi, più che scritture finite in se stesse.

One Response

  1. sara

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