Quando i personaggi immaginano i loro autori

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Drawing hands (M. C. Escher, 1948)

Ma sono gli autori a creare i personaggi o i personaggi a creare gli autori? È un po’ questo il dubbio che anima le righe scritte qui sotto, riunite in tre paragrafi che riflettono tre sguardi diversi e possono essere letti in qualunque ordine (nel breve post precedente si spiega come funziona il “puzzle” e si scopre il possibile sottotitolo).

Nell’ultimo consiglio di scrittura si parlava della necessità di curare con attenzione e passione i personaggi, affinché non risultino inverosimili o fastidiosi… Ma a volte sono i personaggi stessi a reclamare un trattamento particolare, a scuotere chi scrive per orientarlo o rimbrottarlo. Propongo qui qualche suggestione letteraria, che spero possa servire a far scaturire qualche consapevolezza in più o almeno un sorriso.

° Destini che non si lasciano scrivere

Temo un po’ di sembrare “in fissa freudiana” portando fino a Edipo il mio discorso su personaggi e figure autoriali. Ma non penso a nessun complesso legato al rapporto con i genitori, quanto piuttosto (spostando i significanti che assumono così nuovi significati) al complesso rapporto tra realtà e immaginazione.

caleidoscopio

Colori che mutano e si ricombinano

Nell’Edipo re di Sofocle, per rimuovere le cause della peste a Tebe, il protagonista vuole svelare che cosa è accaduto davvero al re precedente, scoprirne l’assassino, ricostruire la realtà dei fatti. La sua determinazione e la sua acutezza, capaci di affrontare e risolvere l’indovinello della Sfinge, non sono pronte, però, a far fronte alla totale messa in discussione delle proprie certezze, delle proprie costruzioni e proiezioni mentali.

Edipo si erge a investigatore e giudice, ma le sue ali sono vulnerabili come quelle di Icaro: quando si scioglie la finzione in cui era inconsapevolmente vissuto (l’eroe straniero che conquista città e regina, dimentico di aver ucciso un viandante in una lite) cade come reicida-patricida e incestuoso (il viandante era il padre e la regina la madre).

Ma soprattutto si rivela vittima del destino proprio nel momento in cui pensa di averlo vinto (gli è appena giunta la notizia della morte del padre adottivo e ritiene quindi di aver evitato il compiersi della predizione dell’oracolo di Delfi: “Ucciderai tuo padre e giacerai con tua madre”).

Ripercorro questo mito universalmente noto perché oggi mi evoca la sorte di molti autori, convinti di avere tra le mani (o sotto i polpastrelli) il destino della propria storia, mentre nell’interpretazione del mondo può avere tutt’altra lettura e fortuna. Potresti, o lettore, ribaltarmi il paragone, sostenendo che l’autore è meglio rappresentato dall’oracolo di Delfi, che gioca con comportamenti e scelte degli esseri umani, i personaggi. Ma sono pronto a rispondere con un altro testo, che affronta lo stesso mito con una prospettiva ancor più ricca: La morte della Pizia di Friedrich Dürrenmatt.

La Pizia, interprete dell’oracolo di Delfi, si ritrova davanti ai fantasmi dei principali attori delle vicende di Edipo e ricostruisce confusamente non una ma molteplici verità: ognuno ne custodisce una (un po’ come Rashōmon di Akira Kurosawa), ma ciascuno porta anche nuovi dubbi e sguardi. Rimane un interrogativo irresolubile: che cosa ha determinato l’evolversi degli eventi? L’inganno dell’uno o l’ingenuità dell’altra, la scelta dell’una o i desideri dell’altro? Solo il caso o una volontà superiore o magari il concatenarsi delle azioni di tutti i personaggi?

Questa considerazione resta anche nel nostro percorso. L’autore non deve sopravvalutarsi credendo di essere solo e autonomo: a ogni personaggio che crea, infatti, si trova in compagnia di una volontà in più, di una nuova voce da ascoltare… E qui forse mi conviene tornare sul lettino di Freud!

# Autori che si confondono nella finzione

– Esiste l’autore?
– Sicuro, altrimenti non potrebbe scomparire.
– Come sparire?
– Beh, se non proprio scomparire, almeno svanire un po’, rarefarsi… O forse è più giusto dire che si moltiplica, ma in ogni caso si confonde di certo…

Intendo riferirmi alla sempre più frammentata identità della figura autoriale, che forse però comporta anche una più profonda sua funzione. Eppure, non voglio parlare del senso e del ruolo dell’autore (prima o poi cercherò di rifletterci per iscritto [poi commentando la sperimentazione di Scrittura Industriale Collettiva con In territorio nemico e prima proponendo un raffronto tra due racconti paradossali {di Borges e Landolfi}]), bensì del suo tramutarsi in personaggio, del suo trovarsi rinchiuso nel labirinto che ha creato, come un novello Dedalo.

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Se l’autore si riflette in un personaggio

Questo non è solo o tanto il caso di narratori interni, di testi scritti in prima persona, di romanzi epistolari (o lettere/testamenti all’interno di altri testi; penso ora a quel che scrivono Jekyll o Dorian Gray), ma riguarda piuttosto tutte quelle opere in cui la presenza dell’autore fa capolino tra le pagine con dignità pari o minore di quella degli altri personaggi.

Meglio ancora: con autorevolezza pari o minore. Ciò può avvenire secondo due modalità: o l’autore spunta inaspettatamente in veste di personaggio (non come Watson narratore quasi onnipresente, bensì come De André e Gennari in Un destino ridicolo) oppure la figura del narratore – considerato autore dai personaggi – viene abbassata, messa in discussione, tolta dal piedistallo. Insomma, l’autore diventa un mago di Oz, la cui pochezza si intravede o all’improvviso o gradualmente.

Ma forse sono stato troppo duro, lasciandomi prendere dallo slancio e pensando alle ribellioni di taluni personaggi. Porto allora due esempi in cui la figura dell’autore, pur non risultando denigrata, si complica e si confonde tanto da far sì che il lettore non sappia se fidarsi più del narratore o di altri personaggi.

André Gide con I falsari vuole mettere in crisi la letteratura senza coraggio e originalità, e al contempo spiazzare anche i lettori. Tra i vari elementi che scardinano le certezze di pubblico e critica, vi è un espediente interessante: di Edouard, uno dei protagonisti, si riportano alcune pagine di diario e gli appunti di un libro… che è I falsari! Tale situazione crea un paradosso che problematizza ulteriormente gli spunti ricevuti dal lettore.

Ancor più straniante è la situazione proposta da Italo Calvino in Se una notte d’inverno un viaggiatore, in cui la metaletteratura è dirompente e porta l’azione del leggere nella finzione stessa, finché come tale viene accettata: il gioco di scatole cinesi risistema caleidoscopicamente le carte in tavola, facendo balzare sulla sedia il lettore. Alla ricerca – sempre incompleta – di opere e autori, si perde qualunque caposaldo rispetto ad assoluti e realtà.

follia

Si rischia di cadere nel ridicolo

Mi si permetta un cenno a una figura autoriale davvero confusa e dileggiata: quella del mio diletto Don Quijote. Cide Hamete Benengeli, cronista delle avventure di don Quijote e Sancho, a volte scompare dietro le quinte, altre si trova in primo piano. Questa rilevanza bipolare è dovuta in gran parte alle ingombranti presenze di un autore reale (Cervantes che compare nel prologo, che già diverte e intrattiene e apre all’immaginazione), di un autore fittizio (che avrebbe trovato il manoscritto originale [un po’ come Manzoni]), di un traduttore (a cui l’autore fittizio chiede di tradurre il manoscritto). Come se non bastasse questo stratificarsi di livelli semi-assurdi, don Quijote e Sancho vengono a sapere dell’opera e criticano a più riprese le presunte bugie del cronista, nonché con maggior acrimonia quelle scritte dall’autore di una apocrifa continuazione (questa reale anche nel mondo di Cervantes)… Realtà e finzione si mischiano, dunque, all’inverosimile e una delle conseguenze è che la figura autoriale risulta credibile quanto i suoi personaggi, non di più.

* Personaggi che si ribellano alla realtà

A volte basta far parlare i testi citati, lasciando che a ciascuno ispirino quel che possono e sanno, senza eccessive speculazioni di contorno. Cercherò di limitarmi a una presentazione nel confronto di due opere che dipingono ed esaltano un giocare a nascondino in cui l’autore, invece di scovare i personaggi, rimane basito mentre questi si liberano tutti e gli si sostituiscono… Un po’ come trovare il Minotauro con una matassa, Minosse chiuso nel labirinto e Teseo piantano in asso (anzi, in Nasso).

Uno degli interpreti migliori del togliere o scambiare le maschere è di certo Luigi Pirandello e, per la dimensione che ci interessa approfondire, l’opera più significativa si trova nella produzione teatrale: la celeberrima commedia Sei personaggi in cerca d’autore. I protagonisti, abbandonati dal loro autore, ne cercano un surrogato in una compagnia teatrale diretta da un capocomico. Nei conflitti che esploderanno tra i numerosi livelli di realtà e finzione, spicca il dubbio su quale vita sia più “viva”:

Il Capocomico: Ebbene? E che vuol concludere con questo?
Il Padre: Oh, niente signore. Farle vedere che se noi oltre la illusione non abbiamo altra realtà, è bene che anche lei diffidi della realtà sua, di questa che lei oggi respira e tocca in sé, perché – come quella di ieri – è destinata a scoprirlesi illusione domani.
Il Capocomico: Ah, benissimo! E dica per giunta che lei, con codesta commedia che viene a rappresentarmi qua, è più vero e reale di me!
Il Padre: Ma questo senza dubbio, signore!

vero

Finzione o realtà? Ribellione in vista?

Una volta messa in discussione la solidità della reale come viene inteso comunemente, non è poi difficile compiere un passo successivo e addentrarsi proprio nel terreno della creazione letteraria. Se la vita di un personaggio di immaginazione è più vera di quella delle persone al di fuori della finzione, quale rapporto può avere con il suo autore?

Il Capocomico: Io vorrei sapere però, quando mai s’è visto un personaggio che, uscendo dalla sua parte, si sia messo a perorarla così come fa lei, e a proporla, a spiegarla. Me lo sa dire? Io non l’ho mai visto!
Il Padre: Non l’ha mai visto, signore, perché gli autori nascondono di solito il travaglio della loro creazione. Quando i personaggi son vivi, vivi veramente davanti al loro autore, questo non fa altro che seguirli nelle parole, nei gesti ch’essi appunto gli propongono, e bisogna ch’egli li voglia com’essi si vogliono; e guai se non fa così! Quando un personaggio è nato, acquista subito una tale indipendenza anche dal suo stesso autore, che può esser da tutti immaginato in tant’altre situazioni in cui l’autore non pensò di metterlo, e acquistare anche, a volte, un significato che l’autore non si sognò mai di dargli!
Il Capocomico: Ma sì, questo lo so!
Il Padre: E dunque, perché si fa meraviglia di noi?

Questa rivendicazione è molto più che una provocazione e sarebbe da tenere a mente ogni volta che scrivendo si vuol dar vita a un qualche personaggio. Chi non lo fa rischia molto, come capita nel romanzo Nebbia di Miguel de Unamuno (contemporaneo di Pirandello; ma non si influenzarono quasi, in quanto scoprirono i molti punti di contatto quando già avevano sviluppato gran parte delle rispettive produzioni letterarie e filosofiche). Lasciando da parte l’appassionante e destabilizzante trama, arriviamo verso la fine dell’opera ad assistere a un colloquio tra il protagonista Augusto Pérez e un personaggio che è Miguel de Unamuno stesso, il quale dichiara con sicumera il proprio ruolo e relega la sua creatura a mero oggetto di finzione. Augusto, dopo un primo momento di sgomento e scoramento, si ribella e propone un quesito filosofico che capovolge il paradigma determinante la realtà:

– Quando un uomo addormentato e inerte a letto sogna qualcosa, che cos’è che esiste maggiormente: lui come coscienza che sogna o il suo sogno?
– E se sogna di esistere lui stesso, il sognatore? – gli replicai a mia volta.
– In questo caso, amico don Miguel, le domando io a mia volta: in che modo esiste, come sognatore che sogna o come sognato da se stesso? E noti bene, inoltre, che nell’accettare questa conversazione con me, mi sta già riconoscendo un’esistenza indipendente da sé.

Inoltre – ancor più interessante per il presente ragionamento – restituisce al mondo della finzione supremazia e concretezza rispetto alla figura dell’autore, visto come semplice strumento per mettere in contatto le storie dei personaggi con i lettori:

– Non sia mai, mio caro don Miguel – aggiunse – che si riveli Lei e non io il personaggio inventato, quello che non esiste nella realtà, né vivo né morto… Non sia mai che Lei non si riveli altro che un pretesto affinché la mia storia venga al mondo…
– Proprio questo mancava! – esclamai innervosito.
– Non si scaldi così, signor Unamuno – mi rispose -, mantenga la calma. Lei ha mostrato dubbi sulla mia esistenza…
– Non dubbi – lo interruppi -; certezza assoluta che non esisti al di fuori del mio romanzo.
– Bene, allora non si indisponga tanto se io a mia volta dubito della Sua esistenza e non della mia.

Chi pensa di esistere alzi la mano… Sempre che così lo muova il suo autore o che glielo permettano i personaggi della sua immaginazione.

 

Pronti a reimmaginarsi

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Lettrice o rappresentazione di lettrice?

Queste suggestioni non mirano a generare crisi di nichilismo o a indurre il lettore a chiudere a chiave i libri perché non ne saltino fuori personaggi indispettiti o aggressivi. Piuttosto vorrebbero rappresentare alcuni immaginifici ed estremi casi di attenzioni da sviluppare quando si desidera scrivere, attenzioni che in termini più semplici e concreti hanno animato gli Opifici e saranno spunto di alcuni momenti dei prossimi laboratori.

Infine, togliere dalla fissità gli autori e i personaggi dei libri che sfogliamo aiuta a ripensarsi nella realtà e nell’immaginazione, con un ruolo più forte nello svolgere, riavvolgere o sferruzzare il filo di Arianna delle nostre letture.

2 Comments

  1. Sovraccoperta

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