i book blog

“Lavoro culturale” soggetto o complemento oggetto?

Risponde (?) la querelle su I book blog. Editoria e lavoro culturale!

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Due settimane fa usciva questo pamphlet firmato da eFFe; lucida e strutturata analisi su quei luoghi della rete dove si fa della cultura, nel senso più ampio, un vero e proprio lavoro culturale, per l’appunto. Questa intellighenzia digitale include il campo letterario del web dentro blog diversi per natura, linea editoriale e conformazione (collettiva o individuale), ma nella maggioranza dei casi li accomuna competenza, impegno, scrittura efficace e – va detto – la gratuità!

Ho letto con piacere I book blog. Editoria e lavoro culturale, ma questo e-book va esaminato più volte, perché le questioni trattate sono tutt’altro che semplici ed è difficile contrarle in poche righe (infatti, non ne troverete poche!). Le domande a cui lo stesso eFFe preannunciava di rispondere erano: I book blog…Qual è il loro ruolo nel panorama culturale italiano? Quali sono i loro meccanismi di funzionamento interni? Come possono evitare di diventare dei marchettifici? Nei giorni successivi alla sua uscita si è scatenato un riverbero di commenti dai bit appassionati e folkloristici, così nel digiputiferio ho trovato: dibattiti, tweet… qualche risposta e nuovi dubbi. Insomma un esperimento riuscito di conoscenza socializzata, controversa, ma anche più esaustiva dell’opera stessa dell’autore. Così come la rete vuole! Spero che eFFe non me ne vorrà, se dico che il suo libro ha smosso le acque e solo mettendo insieme le parole di questa turbolenza, si scorge qualche risposta e la ricerca di una consapevolezza da parte dei book bloggers e di tutti noi.

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Querelle n.1: Di cosa parla l’autore?
Uno dei commenti più antitetici a I book blog arriva da Antonio La Gala (potete trovare qui la sua battuta e contro-battuta)… il problema principale è che proprio non si capisce di cosa voglia parlare l’autore, in altre parole manca una definizione dell’oggetto di studio: stiamo parlando di diari di lettura personali (come questo) o collettivi su web o di vere e proprie riviste letterarie in rete, per esempio.
Credo che la risposta, nonchè soggetto di questo post, sia il lavoro culturale portato avanti in rete. Gli argomenti che abitano molti blog vanno al di là dell’etichetta ormai infeltrita di “letterario”, abbracciano più connessioni del sapere e mediano al disorientamento creato dall’informazione digitale. Qui il lettore – e includo anche il lettore che fa il blogger – si siede a tavolino con le fonti di una biblioteca infinita, discute con loro, partecipa alla costruzione di una mappa mentale e culturale del presente. In questo contesto la tradizionale bussola di orientamento della cultura non è più sufficiente, le fonti risultano multisettoriali e la loro matrice di autorevolezza deve essere nuova, diversa da quel che la critica letteraria tradizionale proponeva. I blog letterari sono parte di un lavoro culturale che cerca modalità nuove per legare le diverse parti di un unicum – a volte trovando – connessioni tra esse. 

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Querelle n.2: Qual è il ruolo che gli spetta o che rivendicano nel panorama culturale italiano?
Nelle prime pagine eFFe racconta un curioso aneddoto accaduto durante un convegno sull’editoria. L’atmosfera mi ha ricordato un fatidico – quanto fasullo – episodio; sembra di sentire la principessa Maria Antonietta di Francia, di fronte a stuoli di bloggers, sentenziare: S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche. I “luoghi conservatori della cultura” scendono dalla loro roccaforte per guardare, ancora un po’ dall’alto quel brulicare di bloggers che – diciamocelo –  talvolta sono davvero bravi e soprattutto socializzano e trattengono un vastissimo pubblico fidelizzato che si riconosce, discute e prova anche una sana affezione per quei luoghi! Anche i principali eventi legati all’editoria hanno aperto una piccola porta a quel populino e un altro sintomo di apertura è arrivato dall’AIE (Associazione Italiana degli Editori) che li ha interpellati e valutati dal punto di vista del peso – se pur ancora dubbio – sulle vendite di “selezionati” libri di alcune case editrici. Gli esiti e i criteri di quest’analisi, però, richiedono ulteriori considerazioni sui book bloggers, e forse tra tutte che è fuorviante e impreciso etichettarli in base al scrivono che cosa? Che si tratti di letteratura, cinema, arte, o il più settoriale dei saperi, rivendicano un ruolo ancora difficile da connotare in termini di vendite, però mi sentirei di affermare che gli spetta un riconoscimento nel panorama culturale italiano

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Querelle n.3: Come possono evitare di diventare dei marchettifici?
Visto da lontano, il quesito dolente accende i riflettori sulla diatriba tra l’istituzione in cui abbiamo sempre identificato la cultura e il vivace lavorio di un fenomeno “semi-rivoluzionario” che dovrebbe considerare il lavoro culturale: il soggetto di ogni predicato verbale scritto, commentato e fidelizzato in rete.

Partiamo dall’obiezione di La Gala che considero plausibile.
eFFe ci tiene a rassicurarci sul fatto che non ci sia niente di male nella promozione dei propri prodotti da parte di un’azienda, ma pure che questa operazione assomiglia a un tentativo di addomesticamento dei blog perché ne inficia la funzione di sede di dibattito culturale per trasformarli in ‘marchettifici’. Ovviamente, la critica è diretta anche a quei blogger che – in buona fede, ci rassicura sempre eFFe per buonismo o per partito preso – si prestano, cedendo a quell’economia del dono per cui, se ricevo un’attenzione, sono portato a ricambiare in qualche modo… mi pare una posizione che cozza totalmente con la richiesta di riconoscimento ed equiparazione agli operatori dei media tradizionali portata avanti su tantissimi blog negli anni passati.

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Credo che la richiesta di riconoscimento ed equiparazione sia ben diversa dal meccanismo “del dono” che spesso si stabilisce con le case editrici. Non c’è niente di male se una casa editrice inviti un blogger a presenziare eventi, invii libri o quant’altro e non è a questo che allude eFFe con il termine “marchettificio”, quanto alll’ambiguità insita in tale fenomeno. Proviamo a inserire ciò nella “teoria del dono di Mauss” da un punto di vista di “antropologia ideale e spiccia“. Il dono è un vincolo che possiede una certa libertà al suo interno: è la relazione stessa tra chi lo fa e chi lo riceve; dovrebbe basarsi non solo sull’aspettativa implicita di una resa del favore, ma sulla fiducia tra le parti, che tradotta in termini utilitaristi significa: stimo il tuo lavoro, ti faccio una proposta e la retribuisco. Se l’editoria riconosce ai bloggers una certa fiducia o, meno romanticamente utilità, lo fa in base all’autorevolezza che gli attribuisce e per la loro dote caratterizzante: il consenso dei lettori, ergo dovrebbe equipararli a una professionalità riconosciuta anche in termini economici. D’altro canto l’autorevolezza deve tradursi anche in una linea editoriale chiara e condivisa all’interno dell’intellettuale collettivo: un unicum che comprende anche i lettori e i commentatori.  Questo è, forse, uno degli strumenti per uscire dall’ambiguità del dono, ma porta con sé un grosso fardello per entrambe le parti interessate alla questione.

Se l’elemento autoreferenziale di una comunità diventa anche parte di un’entità editoriale, quella comunità di lettori che si porta in dote rimane e conta nelle scelte letterarie, quanto nella scelta della prossima principessa Disney, ricalcando un simpatico paragone di L.Lipperini. Un blog ha un peso etico e politico e per questo è necessaria trasparenza sul retro di ogni articolo. E la trasparenza, come valore, non deve riguardare solo gli aspetti economici o amministrativi, ma in primo luogo le scelte culturali. eFFe esorta i bloggers a smetterla di negare il problema degli editori, così facendo rischiano di entrare in una pratica di “autosfruttamento”. Bisogna stare dentro il panorama culturale, negoziare con gli editori, e di fronte al cambiamento dell’editoria, inventarsi un modo diverso di parlarne, perche raccontare delle condizioni materiali della produzione letteraria significa anche capire che tipo di letteratura il nostro tempo è in grado di offrire.

Per una fortuita coincidenza, mentre scrivevo questo post, mi è capitato di leggere un articolo recente di Fabrizio Centofanti: “The show must go on? No, può anche cambiare”, pubblicato su La poesia e lo spirito, di cui riporto alcuni stralci.

È triste notare come oggi, la cultura, sia per lo più una cultura d’apparato… Il risultato è una nausea generalizzata, un senso di marcio e di stantio che spinge a cercare altrove cronache e interpretazioni…. La menzogna collettiva è infiocchettata con lanci pubblicitari ed editoriali, a dimostrare che solo in allegato ai quotidiani è possibile e pensabile leggere libri e soprattutto venderli. Su questa poltiglia plana uno sguardo desolato, che rimpiange le grandi menti di un tempo, gli interpreti che sapevano ancora cosa fosse un’intelligenza libera e brillante. Svegliamoci: non è vero che lo spettacolo debba per forza continuare.

A noi di equilibri digitali piace pensare la componente letteraria del web libera e brillante, in grado di scegliere una linea editoriale e di intenti e di pensare il lavoro culturale secondo esiti eticamente auspicabili. Svegliamoci: non è vero che lo spettacolo debba per forza continuare! 

n.b. Per capire, cercare la risposta al titolo e per una giusta causa, vi consigliamo di leggere I Book Blog. Editoria e lavoro culturale!

3 commenti su ““Lavoro culturale” soggetto o complemento oggetto?”

  1. Cara Laura,
    vorrei ringraziarti dell’accurata disamina sia del mio pamphlet che del dibattito che vi è sorto intorno – mi sembra, finora (e se il parere dell’autore conta qualcosa) la più attenta analisi prodotta. Ecco perché provo a dialogare con te facendo sempre riferimento a quanto scrivi.

    *un esperimento riuscito di conoscenza socializzata, controversa, ma anche più esaustiva dell’opera stessa dell’autore. Così come la rete vuole! Spero che eFFe non me ne vorrà, se dico che il suo libro ha smosso le acque

    Corretto. Lo scopo del pamphlet era esattamente quello di smuovere le acque, di far partire un dibattito (che, come tutti i dibattiti, contiene una percentuale fastidiosa ma inevitabile di scorie), di instillare dei dubbi. E mi pare ci stia riuscendo. Un libro, anche un breve pamphlet, vive sempre degli arricchimenti offerti dai lettori. In questo caso io non volevo comporre un “j’accuse”, per il semplice fatto che non ci sono accuse da muovere e che, soprattutto, non sono certo io a poterlo o doverlo fare. Volevo problematizzare un fenomeno – o per lo meno quella che io ritengo la parte più rilevante del fenomeno dei book blog – per far sì che si sviluppasse una presa di coscienza su dei meccanismi intrinsecamente ambigui, e che proprio per la loro ambiguità, non sono immediatamente percepibili.

    *Gli argomenti che abitano molti blog vanno al di là dell’etichetta ormai infeltrita di “letterario”, abbracciano più connessioni del sapere e mediano al disorientamento creato dall’informazione digitale. Qui il lettore – e includo anche il lettore che fa il blogger – si siede a tavolino con le fonti di una biblioteca infinita, discute con loro, partecipa alla costruzione di una mappa mentale e culturale del presente. In questo contesto la tradizionale bussola di orientamento della cultura non è più sufficiente, le fonti risultano multisettoriali e la loro matrice di autorevolezza deve essere nuova, diversa da quel che la critica letteraria tradizionale proponeva.

    Esattamente. Aggiungerei che la matrice di autorevolezza non si riferisce solo alla critica letteraria, ma alle più complessive modalità di costruzione e di diffusione della conoscenza. Quello che fanno i book blog, lo fanno anche i blog che si occupano di tecnologia, di politica, di questioni sociali e internazionali, di cinema, di arte e persino di moda. Si tratta di un fenomeno più ampio.

    *mi sentirei di affermare che gli spetta un riconoscimento nel panorama culturale italiano.

    Sulla questione del riconoscimento, nel libro io faccio esempio negativi (come quello della cena) e positivi. Il mio personale parere è che quando si parla di riconoscimento è l’angolatura che va corretta: non sono i centri tradizionali della cultura a poterlo offrire, ma i lettori, proprio quelle comunità che si raccolgono intorno ai singoli blog. Il focus è a valle, non a monte. Questo, per me, è il rispetto dei lettori: sono loro a sancire se un blog ha o meno autorevolezza. Ma attenzione, non ne faccio una questione (solo) di quantità: non sono solo il numero di follower, il traffico, i likes che contano, ma anche la qualità del lavoro svolto, la profondità e al contempo l’accessibilità degli scritti, la capacità di spingere (come fai tu qui) il dibattito un po’ più in là, la trasparenza.
    Ancora: La Gala sbaglia clamorosamente quando scrive (da una prospettiva dicotomica, che vede il bianco e il nero e non le sfumature) che il mio uso delll’antropologia del dono mi metterebbe in “una posizione che cozza totalmente con la richiesta di riconoscimento ed equiparazione agli operatori dei media tradizionali portata avanti su tantissimi blog negli anni passati”. Sfido chiunque a sostenere che nel libro io faccia una richiesta simile o sia a favore (come ha scritto qualcun altro inopinatamente) del “tesserino del blogger”… Il problema, che sfugge al mio commentatore, è più complesso e in breve consiste in un evidente squilibrio di potere e di interessi tra blogs e industria editoriale. Se un editore mi lusinga, mi manda i libri, gli inviti, mi “tiene in considerazione”, io posso benissimo accontentarmi, considerare tutto ciò un riconoscimento de facto. E contemporaneamente, lavorare gratis per lui. Qui sta l’ambiguità – un’ambiguità di cui alcuni blog sono insieme vittime e fautori.

    *l’autorevolezza deve tradursi anche in una linea editoriale chiara e condivisa all’interno dell’intellettuale collettivo, così come lo definisce L.Bernardi nel suo post: un unicum che comprende anche i lettori e i commentatori.

    Due piccole precisazioni: 1) intellettuale collettivo è una mia definizione che Bernardi riprende dal libro nella sua recensione; 2) la trasparenza della linea editoriale deve riguardare ovviamente le scelte che ogni redazione fa, ma anche le modalità del lavoro interno alla redazione stessa (qui parlo di blog multiautori, di quelle che io chiamo “macchine redazionali, non certo dei piccoli blog monoautore, sebbene alcune considerazioni, come mi faceva notare @lacritica su twitter, possano estendersi anche a loro).

    Grazie del tempo che hai dedicato al mio lavoro!

    eFFe

  2. Laura Lo Giudice

    Caro eFFe (non male essere una sillaba, infinite possibilità di senso)
    Ti ringrazio per l’ulteriore occasione di dialogo, la forma di elaborazione intellettuale in cui due o più interlocutori, procedendo per mezzo di domande e risposte, mirano a distinguere le cose secondo i rispettivi generi e idee (aggiungerei).
    Mi tolgo subito il dente – come si suol dire -, ovvero ammetto di aver trascurato la regola numero 9 del nostro vademecum del buon redattore: Non ti fidare della memoria! Ammetto di essermi persa tra i link e aver sbagliato (e corretto!) l’attribuzione di una tua citazione! Per chi non avesse ancora letto I book blog, sappia che questo e-book è un po’ come i tradizionali calendari dell’avvento per bambini, oltre la superficie si nascondono tantissime piccole finestre/link da aprire una dopo l’altra!
    Detto questo procederei anche io in maniera analogica, provando a esporre alcune mie ulteriori considerazioni, citazione (corretta questa volta!) per citazione.
    * Corretto. Lo scopo del pamphlet era esattamente quello di smuovere le acque, di far partire un dibattito (che, come tutti i dibattiti, contiene una percentuale fastidiosa ma inevitabile di scorie), di instillare dei dubbi.
    Al di là delle scorie, il dibattito in essere è la dimostrazione che la ricerca di consapevolezza si raggiunge solo con parole nascoste tra domande e risposte e con la condizione sine qua non di dedicargli impegno e tempo.
    *In questo caso io non volevo comporre un “j’accuse”…
    Questo a me pareva molto chiaro e forse non solo a me, visto che uno dei commenti di La Gala diceva: Confermo che eFFe porti puntualmente esempi a sostegno delle sue affermazioni. Contesto che questo equivalga a documentare. Magari è solo un problema di definizioni.
    Pur vivendo in un Paese che spesso parte dalla presunzione di colpevolezza, personalmente credo che non sempre sia la strada migliore muovere accuse versus entità anagrafiche, anzi le accuse alle ideologie spesso sono molto più costruttive se pur faticose.
    * la matrice di autorevolezza non si riferisce solo alla critica letteraria, ma alle più complessive modalità di costruzione e di diffusione della conoscenza.
    Concordo pienamente con te, “critica” è un termine inesatto accompagnato da un attributo ancora più limitante; parafrasando Cechov, bisognerebbe guardarsi dagli attributi! Noi di equilibri digitali tentiamo di tenere in considerazione proprio il cambiamento complessivo della matrice di autorevolezza e della diffusione della conoscenza in tutti i suoi aspetti.
    * Il mio personale parere è che quando si parla di riconoscimento è l’angolatura che va corretta: non sono i centri tradizionali della cultura a poterlo offrire, ma i lettori, proprio quelle comunità che si raccolgono intorno ai singoli blog. Il focus è a valle, non a monte.
    Credo di essere incappata nel “limite fatale” delle mie stesse parole, provo a esprimere meglio il mio punto di vista che non è distante da quel che ribadisci tu. L’angolatura da cui partivo io affermando che ai blog serve un riconoscimento pone il Lettore sia a monte che a valle della questione. Ovvero: se i blog considerano il lavoro culturale il soggetto del loro impegno, significa che ciò che li muove è la volontà di creare e tramandare una narrazione del sapere presente che sia costruita per e con il lettore. Quindi si parla di un lavoro dedicato al lettore già alla radice. Cosa li rende autorevoli per svolgere questo lavoro culturale? Sempre il lettore, perchè a differenza dei luoghi del sapere “tradizionali”, i blog esistono per volere dei lettori, per l’affetto che si sono conquistati mostrando tante facce della conoscenza e cercando di collegarle con competenza, accessibilità e condivisione. Come dici tu queste caratteristiche dovrebbero essere palesate con trasparenza dai blog di ogni sorta, anche quelli che costituiscono vere e proprie “macchine redazionali”. Permettimi il paragone agreste, ma è un po’ quello che accade nel campo alimentare con le GAP: Good Agricultural Practice; sono pratiche di lavorazione ottimale, sancite dall’interno e dichiarate al consumatore, che nel caso specifico siamo noi: i lettori!
    Per me l’aspetto rivoluzionario dei blog sta proprio nell’idea che la conoscenza sia socializzata, riesaminata e riconsegnata nelle mani del legittimo proprietario, nonchè fautore: l’umanità. Personalmente quando parlo di riconoscimento da parte delle case editrici (anzi dell’intero panorama culturale italiano) sogno l’ammissione concreta che i BLOG fanno CULTURA, ma non sono soli…”puzzano dell’umanità” che li segue e per quanto questo possa essere un’attrattiva legittima per l’editoria, non sarà così semplice relegarla a un fattore meramente commerciale. Mi rendo conto dello squilibrio di potere e di interessi tra blogs e industria editoriale, ma entrambe le parti devono basarsi su meccanismi chiari, al di là delle facili ambiguità! Sarà semplice tacciare queste mie parole di idealismo ingenuo che rifiuta la realtà, quello che Nietzsche definiva come l’impoverimento della vita stessa, la maledizione delle passioni e la paura della bellezza; ma invece penso che la ricerca di consapevolezza sia un modo per uscire da questa definizione sterile di “ideale” e pensare diversamente alla realtà, che non va rifiutata solo perchè ha delle falle, ma va considerata: un ideale ancora in potenza. Per me i blog hanno tutte le possibilità per fare da trait d’union in questo passaggio!
    Grazie ancora!
    Troverai anche noi di equilibri digitali al Salone del Libro di Torino… non avremo pomodori, ma per le brioches possiamo attrezzarci! 🙂

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