#SalTo14: BENE IN VISTA [sotto equi-punti di vista]

Il nostro XXVII Salone del Libro di Torino si racconta.
Si racconta tramite un’icona e un titolo.

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Il punto di vista di equilibristi curiosi, lettori, redattori, librofili e cittadini, su questi giorni in cui l’austera Torino si ferma e come un grosso animale impagliato comincia il suo maggio del libro, e dei discorsi attorno ai libri.
Il punto di vista di ognuno di noi, narrato in maniera consapevole e balzana, attraversando cinque sensi, ascoltando voci scelte tra le tante, proiettando un paio di visioni e lanciando gli ultimi sguardi ancora a qualcosa prima di uscire – anche quest’anno un po’ esausti – dai cancelli bianchi del Lingotto.

Alessandro Miglio: equi-Sensi

 

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E anche voi foste in qualche prigione, le cui mura non lasciassero giungere ai tuoi sensi alcun rumore del mondo – non avreste allora ancora la vostra infanzia, quel bene prezioso, regale, quel forziere che sono le vostre memorie.

Rainer Maria Rilke

 

 

#SalTo14? A me ha fatto senso. Anzi, sensi.

l’udito deve sopportare un affronto. Se la lettura è, per definizione o perlomeno per ciò che mi riguarda, attività silenziosa per eccellenza, la visita al #SalTo14 è una visita che si svolge a molti decibel. Proprio come la folla che si sposta tra uno stand e l’altro, le onde sonore si comprimono e decomprimono dentro i padiglioni, auricolari in questo caso, fino al timpano in una con-fusione di parolesuonirumori.

Il risultato è cognitivamente disorientante quando si passeggia per i padiglioni, espositivi in questo caso. L’esito è devastante quando si tratta di ascoltare con attenzione un relatore all’interno di un incontro. A ciò si aggiunge la scelta dell’organizzazione di costruire sale incontri non solo senza soffitti, ma anche senza pareti come nel caso di Book To The Future.

la vista insieme all’udito, è il senso più stimolato durante le ore passate a #SalTo14. Quattro i padiglioni espositivi, decine le corsie, centinaia gli stand degli espositori e, finalmente, centinaia di migliaia i libri esposti.
La luce, ora artificiale ora naturale, incide sulle copertine e viene da queste diffusa arrivando ai coni delle retine. I coni hanno l’improbo compito di restituire al cervello le migliaia di combinazioni di colori stampati ed esposti. È vero, alcuni editori scelgono, vuoi per vezzo vuoi per distinguersi, la combinazione del bianco e del nero, la monocromia che contiene tutti i colori e contemporaneamente la loro assoluta negazione.
Le migliaia di persone, avanti e intorno gli stand, sollecitano i bastoncelli delle nostre retine a percepire il movimento e ci permettono di scartare gli ostacoli semoventi e di approssimarci ai punti di interesse evitando – non sempre con successo a dire il vero, perché la folla può essere più densa della marmellata alcune volte – capitomboli e scontri.

il tatto sembra il più sfuggente tra i cinque sensi di cui stiamo parlando. Che cosa mai può c’entrare il tatto con il #SalTo14? I recettori della pressione affogati nel derma mi hanno permesso di stringere molti mani, sia vecchie sia nuove. E le mani nuove sono incontri casuali, la serendipità ha il suo bel gioco in questo posto che ho vissuto per 48 ore, o incontri cercati. Spesso sono incontri che tramutano un tweet o una polemica sul blog in una pacca sulla spalla e in una risata. Tutto ciò per smentire chi sostiene la differenza assoluta tra la vita reale e la vita virtuale.
Il tatto ha inoltre a che fare con il dolore, e in questo caso i miei piedi e la mia schiena avrebbero preferito non possedere i maledetti recettori. A proposito di identità e similitudini: fate un giro al #SalTo14 nelle ore pomeridiane, è per colpa del tatto che gli standisti assumono la classica posizione sonoinpiedida8ore.

Curiosità: il tatto pare essere, insieme all’olfatto, il senso preferito dai feticisti della carta!

l’olfatto è un senso fetente. Puoi evitare di ascoltare. Puoi evitare di vedere. Puoi evitare di sentire, a volte. Puoi evitare addirittura di assaporare. Ma l’unico modo per evitare di percepire gli odori è procurarti un raffreddore fortissimo o carbonizzarti le coane. Entrambe le alternative sono fastidiose, la seconda lo è atrocemente. L’olfatto è il protagonista del libro Il profumo di Süskind, il cui protagonista, Jean-Baptiste Grenouille è privo d’umanità proprio perché è privo di olfatto (quel che la biologia definisce anosmia).
L’olfatto, a ben vedere, è un senso onnipresente a #SalTo14. E non per il fantomatico profumo dei libri: al Salone, nonostante la massa spaventosa di libri non c’è alcun profumo di libro. Forse il profumo dei libri non esiste affatto. Quella che annusate al Salone è l’umanità. E l’umanità non profuma, l’umanità concentrata, spesso, puzza. Puzza di sudore, puzza di cibo, puzza di fatica. Puzzano di merda e di piscio i cessi frequentati dall’esercito dei libromani nonostante l’infaticabile opera degli addetti all’igiene delle latrine. Perché leggere è cool, ma non è che dal cul escano profumi.

il gusto è un senso sopravvalutato, perché il gusto senza l’olfatto è zoppo. Il gusto de-olfattizzato è un misero catalogo di dolce, salato, amaro, acido, umami. Eppure il gusto è l’altro senso su cui gli editori hanno puntato. Benché a #SalTo14 il Vaticano fosse l’ospite d’onore a me pare che più che parlare di Cristo e vendere Bibbie si sia parlato di Cracco e si siano venduti manuali di cucina. I nuovi evangelisti? I food-blogger.
Ho scoperto l’esistenza di un food-blogger specializzato in schiscette. Ora, io sono torinese e per me la schiscetta non è nulla. Ho scoperto che è il modo milanese di chiamare quella roba che gli operai FIAT chiamavano baracchino. In definitiva il portavivande. Sappiate dunque che si possono scrivere libri sulla schiscetta.

per concludere

per me quest’anno #SalTo14 è stata un’esperienza mistica.
Sono entrato in Chiesa e ho celebrato il culto di MasterChef.
La comunione però non l’ha somministrata Joe Bastianich, ma l’Autogrill!

 

Francesco Caligaris: equi-Voci

 

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Un libro di poesie
è un autunno morto:
i versi son le foglie

nere sulla bianca terra,

e la voce che li legge
è il soffio del vento
che li affonda nei cuori
intime distanze.

Federico Garcia Lorca

 

 

Ricordo, anni fa, Fernanda Pivano. La vidi seduta allo stand di una piccola casa editrice. Con lo sguardo curioso e un sorriso incerto. Sola, nessuno pareva notarla. Io – ragazzino – la ammirai estasiato da lontano e non osai avvicinarmi. Nutro ancora adesso una sorta di rimpianto e immagino che avrebbe fatto piacere a entrambi scambiare anche solo poche parole.

E penso, allora, che a me del Salone del libro piacciono gli incontri. Non quelli per stringere mani e tessere alleanze (detto forse con malcelata invidia, giacché quegli incontri neanche potrei farli). Quelli per conoscersi, per dare volti e voci a persone incontrate sulla pagina scritta o nell’interazione su qualche social network… E – ancora di più – quelli casuali.

Nella bolgia di processioni, maratone, momenti “pogo”, corse, strusci e vasche, gli incontri casuali sembrano un positivo “strappo nel cielo di carta” (cfr. Il fu Mattia Pascal di Pirandello), che rivela che c’è qualcosa di genuino al di là dei precari stand. Ci sono delle persone, con storie interessanti e coinvolgenti. Non lo dico per retorica. Ma perché mi dà reale energia e dona un senso anche al girovagare tra libri e rumori.
Provo a spiegarmi con un esempio.
Passeggiando senza meta, mi avvicino a un banchetto contraddistinto da pinguini. Si tratta del volume Il pinguino senza frac di Silvio D’Arzo. Ne prendo uno e comincio a sfogliare lentamente. “Conosce Silvio D’Arzo?” mi chiede un paio di occhi carichi di passione. Devo ammettere di no (sono sempre un po’ restio a mostrare le mie ignoranze letterarie, ma in questo caso non me la sentivo proprio di fingere) e la mia ammissione è l’occasione per qualche chiacchiera con cui colmare la lacuna. Chiacchiere che si concludono con un delicatissimo: “Le lascio questa cartolina, così se ne ricorda”.
Avevo, però, già immaginato un altro finale: “In realtà, per ricordarmi meglio, pensavo di comprare il libro: sembra interessante e i disegni sono stupendi”.
Con un semplice e sorridente “Grazie!”, scopro di star parlando con l’illustratrice e ricevo una splendida dedica, con china, acquerelli, e pastelli. E così l’incontro casuale diventa anche quello con un libro, moltiplicandosi in letture e consigli ad altri amici.

Poi ci sono gli incontri con i miti. Uno su tutti, che scelgo per quanto si è fatto incontrare: ZeroCalcare, che ha davvero una pazienza e una resistenza incredibili nel “fare disegnetti” a quanti gli portano i suoi libri da “firmare”… Era la prima volta che lo incontravo dal vivo e mi ha davvero sbalordito la sua gentilezza e le 6 ore consecutive ad accontentare richieste di sconosciuti (ed era solo una delle varie sessioni in cui si è prestato a firmare). Ma probabilmente la connessione scaturente dallo scrivere (e disegnare) e dal leggere permette di dire che una forma di conoscenza ci fosse e ci sia.

In questo #SalTo14 molti incontri sono avvenuti anche mangiando, ma non per lo spropositato (almeno a mio parere) settore dedicato alla cucina (capisco che il genere faccia tendenza, ma l’impostazione è apparsa più televisiva che letteraria…), bensì per i numerosi spuntini offerti ai vari stand: taralli, vino, affettati, grissini, cioccolatini, ecc. Forse un amo vermicelloso teso per attrarre a sé tutti i tipi di lettori (e non)? Un tradimento della fame di cultura – di fronte alla quale pare dominare l’inappetenza – per stimolare altri appetiti?
Non mi sento di giudicare negativamente la scelta, perché io l’ho vissuta come un’opportunità per vivere gli stand con meno frenesia, dando maggior tempo e un’impronta più conviviale proprio alla dimensione dell’incontro. In fondo, quando chiacchieriamo di libri e letture con amici, non è più gradevole farlo bevendo e sgranocchiando qualcosa? E poi anche gli standisti – editori o librai che siano – hanno diritto a mangiare!

Mi rendo conto che mi sto perdendo, così come mi sono perso più volte al Salone, rincasando poi alle undici di sera, con un sorriso ebete e un po’ esaltato e una serie di racconti a cui i miei amici hanno dato poco credito:

Io ne ho viste cose che voi scettici del Salone non potreste immaginarvi.

 

Biciclette cariche di libri e biciclette in partenza. Bambini entusiasti di libri con cui costruire, libri con cui giocare, libri con cui inventare, libri su cui disegnare, libri da assaggiare, insomma libri. Folle assiepate ad ascoltare dibattiti sul futuro dei libri. Distinti professionisti con il cerchietto di Peppa Pig. Birre e letture miscelate con sapienza. Redattori a caccia di refusi e di wi-fi. Cavalieri jedi che si prodigavano in dimostrazioni di arti marziali, per promuovere un libro. Autori che si salutavano e non si riconoscevano nei saluti altrui. Gadget sui libri e libri sui gadget. Scolaresche che vagavano con sguardi vitrei e stravolti simili a ignavi di dantesca memoria, ma anche scolaresche (soprattutto dalle elementari) che sbalordivano per la resistenza, la curiosità e la capacità di interazione. Afe umidicce e folate di vento sospetto. Correttori di bozze con in mano un curriculum timidamente spavaldi e aspiranti scrittori timidi con un plico più o meno rilegato spavaldamente timidi. Risate, pacche sulle spalle, abbracci, incontri, scontri… E tutti questi momenti andranno perduti nel tempo come rivoli di inchiostro nel nero di seppia.

 

Fiorenzo Oliva: equi-Visioni

 

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Sicuramente i più coraggiosi sono coloro che hanno la visione più chiara di ciò che li aspetta, così della gioia come del pericolo, e tuttavia l’affrontano.

Tucidide

 

 

 

 

Il self-publisher da “autore di se stesso” a “editore di se stesso”

Nel caos di sottofondo dello spazio aperto di Book to the Future, Antonio Tombolini di Simplicissimus (del suo intervento ne ha anche parlato Alessandro in questo post ) si prodiga a parlare di self-publishing, affermando che il self-publishing, spesso spacciato come invenzione recente, in realtà è sempre esistito. Non si tratta di un fenomeno nato col digitale: un tempo, semplicemente, lo si faceva in tipografia ed era quel fenomeno che veniva chiamato con disprezzo vanity press.
Si dava per scontato – e spesso era vero – che la motivazione principale che spingeva l’autore ad autopubblicarsi era di vedere il proprio nome in copertina.
Con l’arrivo del digitale, gran parte degli editori e della critica letteraria ha ritenuto che l’autopubblicazione digitale – gratuita e alla portata di tutti – potesse ampliare il fenomeno della vanity press, fino ad allora limitato dal prezzo. Ed è qui, secondo Tombolini, che sta l’errore. Il digitale, cioè, ha cambiato la motivazione dell’autore ad autopubblicarsi.

Pubblicare un file si distacca dalla vanity press: non esiste, infatti, un libro stampato con cui occupare la propria libreria e quella degli amici. Quel file non ti consente quel tipo di vanità: il “gioco” è cambiato.

Quel file ti consente di “giocare al gioco vero dell’editoria”.

È così che il self-publisher non è solo “autore di se stesso” ma diventa un “editore di se stesso”.
E cioè si misura non solo con la scrittura, ma con il mestiere dell’editore: impagina, gestisce la pubblicazione, cura l’editing, pensa e realizza la copertina, sceglie i prezzi, cura la promozione ecc.

I consigli di una self-publisher

Nello stesso incontro di Tombolini, la self-publisher Rita Monticelli ha parlato della necessità di promuoversi, perché il libro, da solo, non si vende. Alcuni dei punti proposti dall’autrice-editrice di se stessa, che come vedrete convergono tutti sull’importanza del creare un rapporto con i lettori:

  1. presenza sui blog. Avere già un blog e un pubblico che legge.
  2. Social networking, come strumento di relazione e di confronto col proprio pubblico.
  3. Presenza quotidiana sul web: domandare ai lettori cosa pensano, interagire con loro, chiedere consigli o opinioni, anche sul proseguimento del romanzo.

 Se l’ebook entra in competizione con le app. Domande aperte

Immaginate di andare in uno store su internet. Cercate un’applicazione di qualunque tipo, magari, che so, un ebook che aiuti vostro figlio a imparare l’alfabeto.
L’ebook entrerà in competizione con tanti altri oggetti, in primo luogo le app. Secondo Chiara De Servi (Google e Area 51 Publishing, intervenuta durante l’incontro Editoria digitale: l’editoria dell’integrazione), la scelta finale è spesso dettata dal prezzo.

Ma che fare quando la tendenza delle app è quella di permettere il download gratuito?

 

Molte app, infatti, guadagnano sui vari servizi aggiuntivi che offrono (o sulla possibilità di superare alcuni livelli di base).

La concorrenza ai libri sarà sempre più spietata?

 

Laura Lo Giudice: equi-Sguardi

 

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  Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò ch’io chiamo poesia.

Edoardo Sanguineti

 

 

 

 

Il mio Salone è un racconto di sguardi; quelli scaturiti da due conferenze a cui ho assistito che a un certo punto si sono mischiate fra loro, grazie al fatto che sia nell’una che nell’altra le parole sono diventate il cuore pulsante e le immagini le tonache di quel muscolo che avvertiamo solo dentro inconsapevoli aritmie.

Sì perché… è vero che non serve il Salone del Libro per innamorarsi dei libri e i libri li trovi anche nella libreria del tuo paesino, di libri ne parlo quotidianamente, ma quando arriva questo evento, dopo aver placato qualche dubbio e qualche consapevolezza sul futuro… ecco a me piace sentir parlare dei libri che ho letto.
Mi piace ascoltare autori affascinati davvero da un artista, come Sandra Petrignani lo è di Marguerite Duras nel suo libro Marguerite (edizioni Neri Pozza), e come Mario Calabresi (direttore del quotidiano La Stampa dal 2009) mostra di entusiasmarsi parlando dei dieci fotografi che ha intervistato per la stesura di A occhi aperti (edizioni Contrasto).

Mi piace oltremodo annegare nelle mie passioni e questo Salone mi ha permesso di stare in apnea sotto l’egida di #scrittura e #fotografia, e visto che a stenti distinguevo l’una e l’altra, credo che ve le presenterò così: unendole.

 

La prima parola è un nome e la seconda un invito. Marguerite, A occhi aperti

Il libro di Sandra Petrignani [autrice tra le altre opere de “La scrittrice abita qui” (edito nel 2002, sempre da Neri Pozza editore) che racconta il viaggio attraverso i luoghi e i ninnoli di alcune tra le più importanti voci femminili del Novecento, tra cui Virginia Woolf, Colette, Grazia Deledda, Marguerite Yourcenar e Karen Blixen] non è un viaggio nei luoghi domestici della scrittrice, ma piuttosto un omaggio al personaggio letterario e non solo, che fu Marguerite Duras.
Sarà un ritratto da lontano, messo insieme per macchie di colore, il ritratto di una scrittrice che mischiò scrittura e sceneggiatura all’unisono, tant’è che il suo cinema poteva definirsi una forma di letteratura per immagini e testo.

Sandra non si sofferma nella biografia e non lo fa neppure il suo libro, il vulnus delle pagine – nonché titoli di paragrafo dell’opera – è il nome di bambina, di adulta, e in vecchiaia di una sola donna: Nenè, Margot, Duras.
Mi verrebbe da dirvi che la Duras è una di quelle donne difficili da amare, e per riflesso della sua personalità forte, anche i suoi libri: o li ami, o li odi.
Lei stessa sapeva di essere un’icona nota nell’ambiente dell’epoca, con i suoi sprazzi di luce e le sterminate penombre, ma diceva che pur conoscendola in tanti, nessuno leggeva i suoi libri. Una scrittrice da cui difendersi, la definisce la Petrignani.
I suoi libri sono inafferrabili; è questa la grandezza della Duras e di tutte le opere d’arte. Ti chiedi di che materia sono fatte, così oscure e così simili a noi quando veniamo rifratti e distorti in uno specchio.
Marguerite Duras esplora un mondo inquieto, senza spiegarlo, consapevole che non esiste ricerca più insensata di quella che un uomo compie a tentoni nella conoscenza dell’animo umano. Lei avvicina gli incubi: esplora il vuoto e riesce a farci vedere qualche atomo di quelle foreste verdeggianti, laggiù.

Vuoto e insensatezza ci appartengono più intimamente di qualsiasi posticcia interpretazione della realtà.

 

Sandra Petrignani la racconta come una donna che partiva da mancate radici. Nasce nel 1914 a Saigon nell’Indocina francese (l’attuale Vietnam), e dopo la morte del padre inizia a vivere tra quel pezzo di Oriente e la Francia percependo un’estraneità già scritta in quel diverso che spesso abita più vicino al dolore.
Proprio “l’emarginazione del dolore” è l’immagine che narra una foto di Don McCullin, è il bambino albino e denutrito incontrato in Nigeria durante la guerra del Biafra, in una scuola elementare piena di altri bambini che muoiono di fame. Quel volto bianchissimo in mezzo ad altre pance nere e stranamente gonfie avvicina il fotografo e gli prende la mano. McCullin racconta a Calabresi di essere rimasto impietrito, ma con la reflex in mano – in quell’istante – catturò l’esistenza di un’emarginazione presente anche in mezzo all’uniformità della morte circostante.
McCullin ha scattato una montagna di foto, terribili, strabordanti morte, con cui dorme ogni notte e… fra tutte, proprio il bimbo albino, è forse il fantasma più vivido.

Ma non lo sai? È sempre nelle regioni dove non si capisce più niente che bisogna andare. Perché, la capisci tu la morte? O un uccello? O una risata?
Marguerite Duras

 

I libri della Duras fanno proprio questo, si immergono tra i fantasmi che affollano le notti, quelli che crea l’afa della foresta, l’umidità che si respira in Vietnam, Tailandia e Cambogia. Dev’essere la stessa patina di appiccicaticcio che ho percepito appena uscita dall’aereoporto a Bangkok, l’aria che sembra acqua umida e calda d’Oriente, che ti entra dagli occhi e come una seducente oppressione ci respiri dentro più di quanto sia possibile riempirsi i polmoni in Occidente.

Sono cresciuta nell’acqua. Mi piace l’acqua. Il Mekong a Vinh Long. Il fiume della Duras è un’enorme via lastricata di acqua marrone, che scorre lenta come una biscia maleodorante o impetuosa con i suoi fardelli di carcasse e rifiuti intrappolati nel fango. È uno di quei fiumi dove la realtà la vedi solo se ci entri dentro.

La realtà è come l’acqua in un pozzo, se la guardi da sopra vedi solo il tuo riflesso; se ti immergi dentro e stai lì con la testa sott’acqua… quando esci capisci che cos’è.

 

Questo è il mio ricordo della definizione di realtà del giornalista Domenico Quirico che ci regala Mario Calabresi, sottolineando che i veri giornalisti e i grandi fotografi non possono mentire, perché la realtà si inquadra solo da vicino.
Una definizione di reale esatta, proprio quella che metterei in didascalia a tutti gli scatti di questo libro, seppur contenga fotografie di dieci fotografi diversi (Steve McCurry, Josef Koudelka, Don McCullin, Elliott Erwitt, Paul Fusco, Alex Webb, Gabriele Basilico, Abbas, Paolo Pellegrin, Sebastião Salgado), tutte mostrano la realtà da vicino, esplorano il vuoto delle tragedie e del dolore, e come la Duras ci portano all’interno di quella materia.
Da vicino e a occhi aperti senza sottrarsi ai pericoli, alla morte a ogni angolo, lungo le vie nei giorni della sanguinosa Primavera di Praga, alle sanguisughe dentro un fiume a Mumbai, al giudizio della gente che pensava che la Duras, in fondo, fosse solo una donna ribelle, un po’ pazza, e dai facili costumi.

Se le tue foto non sono abbastanza buone significa che non sei abbastanza vicino.
Robert Capa

 

Mentre Calabresi parla del suo incontro con Steve McCurry, sembra di vederli quei due, il giornalista allegro e corpulento e il fotografo che racconta come tentò ripetutamente di scattare foto agli alluvionati nella stagione del Monsone: prima da un’imbarcazione, ma l’inquadratura risultava sbagliata, per cui dovette scendere e immergersi, però gli stivali da pescatore gli impedivano ogni movimento e allora… l’unico modo era entrare in quel fiume ocra con le scarpe da ginnastica e l’acqua fino al petto; un altro Mekong popolato da cadaveri di animali, dove ore interminabili e piaghe sono l’unica lezione da apprendere per trovare una foto.

Solo se sei disposto a correre il rischio, solo se sei completamente convinto, allora sei pronto. Le belle foto sono in quell’acqua sporca, non puoi proteggerti, stare ai margini, un po’ fuori e un po’ dentro: se la gente è sommersa fino al collo devi essere dentro con loro, non c’è separazione, non puoi stare sulla sponda a guardare ma devi diventare parte della storia e abbracciarla fino in fondo.
Steve McCurry

 

La Storia, quella reale, che insegna McCurry è coraggio, lo stesso che ebbe la Duras a vivere la sua vita senza cedere, con quel piglio coriaceo che allontanava la gente e nonostante ciò procedeva diritto per la sua strada, il coraggio che una bambina di sei anni impara giocando con i suoi fratelli più grandi, Marguerite la bimba selvaggia della foresta.
Cambiò il suo cognome Donnadieu, perché con Dio non voleva avere niente a che fare, e Duras è perentorio proprio come lei, la donna che partecipò con fervente impegno politico alla resistenza, al comunismo nonostante Stalin e la politica sovietica. Rimane lì e non cede nemmeno quando il partito la espelle per insubordinazione e immoralità; l’immoralità di essere una bella donna che scrive e vive con la forza che per leggenda possono avere solo gli uomini.
Si impegna e ci crede all’aria di rivoluzione culturale e politica che promettevano quegli anni, forte del suo carisma e di quella cerchia di amici che condivideva il suo stesso pensiero, intellettuali, amanti, uomini amati… persone con cui l’emarginata bambina della foresta finalmente ritrova il potente senso di appartenenza a un gruppo, il caldo riconoscersi nella condivisione di pensiero.

Molti intellettuali apprezzarono le sue opere e la difesero, come Michel Foucault che leggendo la Duras rimase senza parole dall’emozione, e scrisse: Lei è lo scrittore di cui avevo bisogno.
Crederà al comunismo fino alla fine, un’utopia dalla parte degli sfruttati che a un certo punto le proibirà di scrivere.
La Duras continuerà a scrivere libri come atto politico prestando fede al sogno di una bambina!

C’è un “essere-pilota” dentro di noi che lavora costantemente all’integrazione dell’esperienza attraverso il racconto della nostra esistenza. Il mio essere-pilota, il mio essere-scrittore mi racconta la vita e io sono il suo lettore.
Marguerite Duras

 

Leggiamo, entriamo in ogni fotografia pilotati in un piccolo universo che per l’artista è chiave per decifrare la realtà, lontani dalla velocità delle informazioni dell’era digitale, fuori dal caos continuo in cui brucia l’essenza di ciò che accade.
Uno scatto riuscito ferma la Storia, racconta Calabresi, ma non tutti ne sono capaci.
Questo è quel che viene in mente guardando la fotografia che Elliott Erwitt fece durante il ballo inaugurale della presidenza Obama (20 gennaio 2009). È una foto a colori e subito non ne comprendi la grandezza dentro l’aria celebrativa in cui Barack e Michelle Obama salutano la folla in primo piano, ma se retrocedi con lo sguardo capisci che è indietro il segreto dello scatto, in tutte quelle braccia tese che immortalano l’evento con un cellulare in mano. È lo scatto di una miriade di schermi accesi sotto il sorriso di un presidente che ha rappresentato un pezzo di Storia per molti americani.
Con schiettezza Calabresi confessa di aver chiesto ingenuamente a Erwitt che senso avesse un’immagine in cui tutti scattano una foto, dove si deve cercare il valore di un fotografo nell’epoca digitale?
E lui, secco e senza esitazione, rispose: Tutti possono avere una matita e un pezzo di carta, ma pochi sono i poeti.

Oggi tanti scrivono e i banchi affollati dai titoli del Salone ne sono la dimostrazione, ma pochi continuano a farlo per il desiderio di grandezza, perché i più sono impegnati a contare i download o le classifiche delle prime tre settimane di uscita di un libro, ma alla Duras e agli artisti del nostro Novecento, importava solo la sensazione di grandezza che può dare scrivere per comunicare un’ideologia, il mondo che cambia, quando si ha ancora l’illusione di poterlo cambiare.

Molti ricorderanno la Duras per l’Amante, il libro che la rese celebre nonostante avesse scritto tantissime altre opere e altrettante sceneggiature per il cinema, ma quanti si sono avvicinati a lei grazie a quelle pagine celebri immaginavano forse di trovare morbosi dettagli erotici ben adornati dalla scrittura, e invece è solo all’apparenza un romanzo d’amore e scorcio autobiografico, perché la forza narrativa di una grande opera si ritrova guardando più giù, immergendosi nell’inafferrabile contesto fangoso dei sentimenti:
racchiuso in una piccola vicenda popolare;
raffermo nelle foto delle vedove di Abbas;
drenato negli occhi incapaci di piangere del soldato di McCullin;
vissuto nelle disintossicazioni da alcol che puntellarono una parte della vita di Marguerite.

L’essere-scrittore, come l’essere-fotografo, in quel punto oscuro alla coscienza pesca le sue storie e i suoi ricordi filtrati.

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One Response

  1. Francesca

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