“Voce!”… Quando il narratore in fondo si sente

Se avete intenzione di scrivere un racconto, dovete curare con attenzione la voce narrante, perché è inevitabile che ci sia e sarà il telaio su cui tesserete il vostro tappeto volante. Perciò ve ne parlerò, ma senza annoiarvi con narratore, narratario e altre distinzioni, bensì con qualche sommo esempio, accompagnato da piccole dritte.telaio_sumba

Gli esempi, famosi, eccezionali e sublimi ma anche divertenti e originali, li prendo dall’Orlando furioso e dal Don Chisciotte.

Mi si nota di più se parlo, se taccio, se apro bocca senza proferir parola?

Una particolarità della voce narrante nel poema di Ariosto è che si crea un vero e proprio dialogo diretto con il lettore, nel quale pare che sia l’autore stesso a criticare o deridere i personaggi… Una digressione necessaria: ho premesso che avrei evitato definizioni e distinzioni, ma va fatta attenzione a non confondere autore e narratore: a volte le voci sembrano sovrapporsi, ma si tratta sempre di due piani distinti; a questo proposito nell’articolo Quando i personaggi immaginano i loro autori potrete scoprire come si intrecciano autore-narratore-personaggio nel romanzo Niebla di Miguel Unamuno.

Tornando all’Orlando furioso, una voce narrante “stentorea” raggiunge più obiettivi:

rivendica il lavoro dell’autore, mettendone in rilievo novità e complessità:

Di molte fila esser bisogno parme
a condur la gran tela ch’io lavoro

 

scandisce i tempi della lettura, segnando per esempio la fine dei canti (in un modo che interrompe con ironia il concitato svilupparsi della trama):

Ma al fin del canto io mi trovo esser giunto;
sì ch’io farò, con vostra grazia, punto.

 

– permette un confronto vivo con i personaggi:

Ma l’escusso io pur troppo, e mi rallegro
nel mio difetto aver compagno tale.

 

– gioca sul rapporto tra verosimiglianza e realtà (rapporto di cui ho scribacchiato in un precedente post), rafforzando così il patto con il lettore:

Per questo io so che l’inesperienza
farà al mio canto dar poca credenza.

 

Un vociare al di sopra di ogni sospetto

Nel romanzo di Cervantes la voce narrante è altrettanto forte, ma si configura in maniera diversa e multiforme. Il matrioskalettore si trova, infatti, di fronte a vari livelli di narrazione: l’autore fittizio (il mitico Cide Hamete Benengeli), il traduttore, il narratore che rinviene il manoscritto e lo fa tradurre… per non parlare dell’autore reale che compare nel prologo. E di alcuni racconti incastonati nel romanzo, che vedono a loro volta un autore e un lettore/commentatore del testo. Una gran confusione (in cui Cervantes stesso qua e là si perde), ma armoniosissima, un “naufragar m’è dolce in questo mare”, un complesso intrecciarsi di matrioske cinesi o scatole russe (o quel che è).

Anche in questo caso la voce narrante serve spesso a gestire in modo ordinato e autor…itario la trama. Nel Don Chisciotte l’obiettivo principale delle interruzioni, però, non è scherzare con il lettore e cambiare argomento, bensì aumentare la suspense della narrazione:

… dove accadde quel che si racconterà nel prossimo capitolo.

 

Inoltre il narratore creato da Cervantes sottolinea più volte al lettore la propria capacità di controllare la trama scegliendo con attenzione come seguirla:

lasciamo alla sua collera Sancio e torniamo a don Chisciotte, che avevamo lasciato con il volto coperto di bende per curare le ferite feline, dalle quali non guarì prima di otto giorni, durante uno dei quali accadde quel che Cide Hamete Benengeli promette di raccontare con la precisione e fedeltà con cui è solito raccontare gli avvenimenti di questa storia, per minimi che siano.

 

Paradossalmente il narratore cervantino arriva a mettere in dubbio la veridicità di alcune parti della storia:

Non riesco a credere né posso persuadermi che al valoroso don Chisciotte sia capitato esattamente tutto quello che è stato scritto nel capitolo precedente.

 

chiamando in causa direttamente il lettore a dirimere alcuni dubbi:

Tu, lettore, visto che sei saggio, giudica come ti pare, ché io non devo né posso spingermi oltre.

 

Il capolavoro di questa anomalia si riscontra in questo passo:

Per tal maniera di parlare e per quello che più avanti dice Sancio, il traduttore di questa storia affermò di ritenere apocrifo questo capitolo.

 

considerando inoltre che nello stesso volume (la seconda parte) del Don Chisciotte i personaggi commenteranno un reale apocrifo delle loro avventure, facendo entrare la realtà nella finzione e permettendo all’immaginazione letteraria di correre senza briglie tra i mulini a vento del bieco reale.

Questi giochi, però, non minano godibilità della storia, ma anzi ribadiscono i termini del patto letterario e affidano un ruolo più importante al lettore, che – vedendosi ricoperto di fiducia – ne rivolge altrettanta al romanzo.

L’appetito letterario vien narrando
Aedo che canta le gesta degli Dei

Insomma, la voce narrante c’è in ogni opera e non bisogna vergognarsene, tentare di nasconderla come polvere sotto il tappeto.

Si può darle vigore fino a renderla un elemento interessante e caratterizzante. Può essere come un aedo dell’antichità, in grado di riportare infinite storie e fare ordine tra innumerevoli personaggi. Oppure come un vaso da cui far uscire sorprese, accertandosi che l’effetto straniante non sia eccessivo.

Serve a tenere sotto controllo il lettore o a spingerlo a scatenarsi e lasciarsi andare all’immaginazione. Aiuta la comprensione: nell’articolare il vostro racconto, assicuratevi ogni tanto che il vostro narratore riesca a seguire tutto; tendenzialmente è una garanzia che anche il lettore stia al passo. Permette digressioni o sovrapposizioni di piani (narrativo, descrittivo, speculativo, ecc.).

Anche quando corrisponde a un personaggio, la voce narrante va distinta dal suo dialogare o monologare, in quanto deve essere più accogliente, con personalità ma senza troppa passione, caratterizzata ma un po’ più neutra. Infatti pervade tutto il testo e deve assicurarsi di non stancare né annoiare. Sembra un’impresa titanica? No, è spontaneo come il canto delle cicale. Averne consapevolezza, però, si rivela utile a formulare racconti avvincenti, in grado di far volare la fantasia. E un buon telaio evita di disfare completamente il lavoro – alla maniera di Penelope – permettendo un lavoro di revisione simile al tirare semplicemente qualche filo allentato. Date corda ai vostri narratori!

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