Vi lascio, mentre suona la tirata dell’ultimo atto

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Nina Cassian (1924-2014)

Quest’estate mi sono imbattuta nella raccolta di una poetessa romena che non conoscevo, e da allora colgo ogni occasione per parlare di Lei e per far risuonare qualche suo verso.
La raccolta, edita da Adelphi e curata da Ottavio Fatica, s’intitola: “C’è modo e modo di sparire“, poesie dal 1945 al 2007; Lei si chiama Nina Cassian e oramai la posso annoverare tra i miei amori.

Voglio cogliere l’occasione di questa vigilia di Natale, di questo 2014 che si conclude, per farla conoscere a quanti di voi non credono che si possa davvero sparire, morire e salutare in un modo tanto unico da dire: addio, e poi rimanere per sempre.
C’è modo e modo di sparire – è vero – e una donna come Nina Cassian ha trovato la maniera per andarsene lasciando una sorta di testamento scritto mentre inesorabile si avvicinava quel 14 aprile 2014 che ha segnato la sua scomparsa apparente dal mondo; definitiva e illusoria.
Alla Cassian apparteneva “un’estraneità esistenziale”, come la definisce qui Raoul Bruni, eppure la sua poesia ha la forza di un’esistenza concreta e di una mente lucida capace di riassumere una vita di pensiero, in due pagine di commiato.

Vi saluto
Vi lascio, vi lascio
per poi ricominciare nuove vigilie oltre orizzonti nulli, oltre le cose che ho imparato dal freddo e dal calore, dalla nascita e dalla morte.

 

Tirata dell’ultimo atto

Vi lascio, vi lascio, non vi toccherò mai più.
Io non ho più nulla da dimostrare.
Non vedo dunque il motivo di rinviare ancora
questo naufragar di cellule
chiamate mani, occhi o bocca
nell’argilla paziente, nell’argilla che
non mi aspetta né mi reclama,
stanca ormai della certezza
che le appartengo, nell’orizzonte nullo.
Ho detto quasi tutto quello che sapevo,
persino la menzogna ho pronunciato con devozione
poichè l’ho vista esister, prender corpo,
farsi viva come una foglia
o una lepre – e io non sono riuscita
a ignorare, mai, creatura alcuna.
Vi lascio – anche perché sono estenuata
nel vedere come ogni secolo si rovescia
in quello precedente, come se
il latte succhiato dal neonato ritornasse
nel seno della madre o, ancora peggio,
come se la fronte di un filosofo
si assottigliasse tesa verso estinte,
irsute e rampicanti specie.
Qualcosa ho imparato, lontano tuttavia
dagli studi e da quella sacra minuziosità
degli affidabili in-folio – ma piuttosto
dal freddo e dal calore, dalla nascita e dalla morte,
da tutto quello che – ahimé! – non si ripete
e dunque non può essere usato
come esperienza. Sono rimasta altrettanto
vulnerabile, ho conosciuto da vicino
mille oggetti e stati d’animo
ma non sono riuscita a chiamarli per nome
senza che si allontanassero
mutando forma oltre ogni limite,
gettandomi nello sconcerto come in un lago di sangue.
Vi lascio, non vi toccherò mai più. Mi avete detto
così tante volte che non vi vado a genio
anche se ho disegnato con attenzione il mio ritratto
sempre seguendo la vostra traccia. Però
a quanto pare, non riesco a imitar nulla,
non ho né l’abilità né il dono
di somigliare a voi, e neanche a me stessa.
Sorrido – e tutto viene travisato
per un ghigno! Rido – e la gente si gira
rimproverandomi per l’indecenza.
Quando piango – l’occasione non è felice, perchè ecco,
proprio oggi è festa in città.
Faccio una statua – e la folla grida:
«Si sta facendo un idolo!». E quando languo
per una grave malattia – viene considerata
un’ipocrisia del mio corpo intristito
per scatenare una strisciante epidemia…
Vi lascio, vi lascio, vi lascio…

Nina Cassian

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