Serenata metafisica alla luna

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Da bambina sembravo un po’ stregata dalla luna.
Mia madre racconta che rimanevo a lungo con la faccia perplessa e un po’ imbronciata a guardarla. Quell’astro ha tentato di affascinarmi anche da adolescente, e un giorno lessi una poesia che mi precipitò in un’atmosfera senza più cielo; fu come aprire gli occhi e veder d’un tratto le costellazioni inghiottite dalla cupola celeste. Percepii l’assenza di una luna lassù. Quel bianco gelido e silenzioso oramai spento fu la cosa che per me somigliava di più alla morte: non veder più la luna, mentre il ciel si chiude di vista in vista (cit. XXX canto del Paradiso, Dante Alighieri). Ricordo chiaramente il sentore grave dei versi e l’inesistenza degli astri.

Gli astrofisici obietterebbero che la sparizione della volta notturna è un’ipotesi improbabile, che non può accadere di veder sparire quell’astro che segue la Terra tenuta al laccio da orbite ellittiche.
Ma l’arte, la poesia non richiedono prove, esistono e senza che spiri alcun vento a spiegarne le cause uniscono e annullano fisica e metafisica.
Sono l’altra metà delle cose, la bellezza nascosta della luna che l’arte tenta di raccordare: l’altra faccia di ciò che è e che siamo.

 

… Il perchè delle cose, e vedi il frutto
del mattin, della sera,
del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
rida la primavera,
a chi giovi l’ardore, e che procacci
il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
che son celate al semplice pastore.
Dal “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, di Giacomo Leopardi

 

Nelle sere di luna piena si sente il brusio della luce, qualcosa lassù chiacchiera, e sfrigola, come una lampada al neon che è lì lì per bruciarsi.
La luna è una sfera enorme di un bianco gelido, il cui nome significa la brillante, luce riflessa in profonde radici indoeuropee.

Mentre scrivo questo post c’è una gran luna piena e rossa. Per gli astronomi la luna arrossisce durante l’eclisse, perché colpita dalla diffrazione differenziale dei raggi del sole dal viola al rosso. L’atmosfera terrestre è come un prisma e scandaglia questa luce sulla superficie lunare. Ma il fenomeno della luna rossa nel gergo comune indica quelle notti in cui l’astro è basso all’orizzonte e così ci appare in un’illusione ottica a cui non cercherò di dare ulteriori spiegazioni, perché in fondo una luna così è sufficiente a se stessa.

Gli stracci delle cose di lei che ho incontrato saranno accordi per una stramba serenata, un guazzabuglio di idee fisiche e metafisiche.

(La-notte-stellata) Vincent Van Gogh

La notte stellata, Vincent Van Gogh

Questa mattina dalla mia finestra ho guardato a lungo la campagna prima del sorgere del Sole, e non c’era che la stella del mattino, che sembrava molto grande. Daubigny e Rousseau hanno già dipinto questo, esprimendo tutta l’intimità, tutta la pace e la maestà e in più aggiungendovi un sentimento così accorato, così personale.
(da una lettera di Van Gogh, in riferimento al dipinto “La notte stellata”)

 

Ne vediamo soltanto una faccia, anche quando è tutta intera. Una parte del suo volto non può essere visto, perché la rivoluzione attorno alla Terra e la rotazione su se stessa sono sincrone; ci insegue e fa una lunga giravolta con lo stesso periodo. Passeranno altri 29 giorni e mezzo prima di rivederla al culmine della sua fase; intanto continuerà a danzare nelle praterie celesti dello Zodiaco.
Forse ogni tanto cade e si apre un nuovo minuscolo cratere, altre volte ancora sorride in una lama di luce.

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E se la parte che non vediamo, in realtà, fosse liscia come una sfera di vetro?
Quanti l’hanno già guardata pensando a dati, numeri, significati di questo astro che perlopiù tace. Eppure quella sua altra faccia nascosta se ne sta lì come una pagina bianca ancora da riempire, mentre lei riottosa mostra solo quel che più le aggrada lasciando che qualche poeta e artista ne scriva, mentre ogni uomo la interroga invano, avvicinandola in volo sopra un lago di nonsensi.

Urrà! Non più contatti con questa terra immonda!
Io me ne stacco alfine, ed agilmente volo
sull’inebbriante fiume degli astri
che si gonfia in piena nel gran letto celeste!
Filippo Tommaso Marinetti

 

La Luna è l’unico satellite naturale della Terra, per fotografarlo serve l’esattezza di una reflex e un piccolo motorino che porti l’obiettivo a correrle dietro per qualche minuto, per metterla a fuoco mentre scappa. Non è un satellite muto e solitario, non ci guarda indolente, ma va, viene, fa il suo giro, scompare e poi sorride a spicchi.
In quello stesso modo alterno regola maree, fioriture ed energie, pensieri, poesie, umori. Attrae enormi masse d’acqua… così vicina al nostro pianeta esercita la sua invisibile gravità sulle maree, sollevando al passaggio intere colonne liquide. Non è asservente e silenziosa, il suo odore grava sui fondali del mare.

La luna geme sui fondali del mare,
o Dio quanta morta paura
di queste siepi terrene,
o quanti sguardi attoniti 
che salgono dal buio
a ghermirti nell’anima ferita. La luna grava su tutto il nostro io
e anche quando sei prossima alla fine
senti odore di luna 
sempre sui cespugli martoriati
dai mantici
 dalle parodie del destino…
Da “Canto alla luna”, di Alda Merini

 

In moltissime culture antiche è considerata una dea, la divinità del femminile che genera, il mistero dell’inconscio. I miti sciamanici le attribuiscono un fascino profondo e alcune comunità matriarcali la celebrano con rituali e doni; lei, la bella Selene, da sempre intimamente legata alla vita e al ciclo femminile.
Ancora oggi esistono gruppi di donne che celebrano la “luna piena” riunendosi per danzare in cerchio richiamando e scambiando energie, attraverso canti meditativi e il suono ritmico dei tamburi. Ho letto che in certe popolazioni le donne sincronizzano il loro ciclo mestruale con le fasi lunari e tra di loro, poichè la comunione prolungata tra corpi ed energie ne accorda i flussi.
Una volta sono stata a un cerchio di luna al femminile, più per curiosità che intenzione, e al di là della personale base di pensiero, vi garantisco che l’energia emanata dal cerchio lunare è palpabile, tutt’altro che matefisica.

La luna esercita il suo potere gravitazionale anche sugli organismi fin dalla vita in utero, i suoi influssi giungono al liquido amniotico dentro cui nuotavamo, e anche se non ci sono prove scientifiche che correlano le fasi lunari alle nascite – dal canto mio – posso dirvi che tutte e tre le volte che ho varcato la soglia profonda di una sala parto… lei era piena – un poderoso lume tondo – totalmente finita in sé, così come il dolore e la gioia.

Fu allora che vissi l’effetto luna piena. L’avevo chiamato così. Mi sentivo come una grande luna che continua a crescere piano piano, notte dopo notte, per arrivare allo stadio completo, luminosissimo, in cui niente manca, niente è di troppo… Nella vita di tutte noi c’è una luna piena. Se soltanto sapessimo riconoscerla per godercela almeno un po’, per sentirci diafane e realizzate.
Da “Dieci donne”, di Marcela Serrano

 

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Con la luna piena avvennero i rituali delle streghe, danze nascoste sotto la sua luce bianchissima e potente.
Ricordo che da bambina percorrevamo spesso una statale nei pressi di Villarbasse e lungo quel tragitto spiccava un grosso masso erratico al centro di un campo; la sua superficie era liscia e perfettamente diagonale. In seguito scoprii che i massi erratici vengono lasciati sulle pianure da ghiacciai che pian piano nei secoli si sciolgono ritirandosi, ma seppi anche che venivano definiti “massi delle streghe” e proprio quello della mia infanzia custodiva una sua storia. La leggenda racconta che in certe notti la luna piena proietta un fascio di luce sulla superficie della roccia e talvolta si possono vedere le streghe divertirsi a scivolar lì, una dopo l’altra.

Le chiamarono streghe – quando giunse una certa cultura patriarcale – ma in realtà erano donne che danzavano tenendosi le mani in un cerchio di luna che diventò tutt’uno col cielo.

Nella mia danza non c’è un prima,
un dopo, passi in successione.
Mai ho danzato di fronte a un pubblico,
ma loro sono i miei assassini.
Non gente che entra ed esce: uomini
legati a me per l’eternità.
La porta che ora aprono, a lungo
ancora sbatterà, da noi e da loro.
Innanzi a questa gente intensa, ferma
dentro un mirino, spoglio la mente,
cedo tutte le cure disattente
e m’abbandono alle sensazioni.
Sono piena di cielo.
Da “Zalongo”, di Daniele Pietrini

 

Questa poesia racconta un episodio avvenuto circa duecento anni fa a Zalongo (in Grecia); cinquantasette donne si diedero la morte danzando con i loro bambini in cerchio, lanciandosi una dopo l’altra da una montagna, pur di sottrarsi ai soldati turchi e alle loro violenze. Mentre spiccavano un tragico volo, i soldati rimasero congelati e impotenti di fronte al cerimoniale di libertà e identità assoluta, inimmaginabile e dolorosamente vero.

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Illustrazione di Christian Schloe

 

… e le nostre voci erano parte della notte, del chiarore lunare e della foresta. Le sentivamo come se fossero di altri. La foresta incerta non era esattamente senza sentieri. C’erano delle scorciatoie che, senza volere, conoscevamo e i nostri passi vi ondeggiavano tra le macchie di ombre e il luccichio vago del duro e freddo chiaro di luna.
Da “Il libro dell’inquietudine”, di Fernando Pessoa

 

La luna che avete davanti agli occhi, che sparisce per cominciare un altro giro, ma poi ritorna e mostra sempre una sola faccia distesa sull’acqua, potreste aver voglia di guardarla da ogni singolo riverbero, oppure girandole tutt’intorno…
ma l’unica cosa che io riesco a fare è dedicarle la fascinazione di una serenata notturna.

Sulle stelle dipingerei una poesia di Benedetti con un sogno di Van Gogh e una canzone di Serrat sarebbe la serenata che offrirei alla luna.
Gabriel García Márquez

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