Autopubblicarsi: qualità dei testi e dialettica tra vecchio e nuovo

Quando ho iniziato a scrivere questo post sul self-publishing sono stato preso dallo sconforto. Il web è pieno di 10 consigli per autopubblicare il tuo ebook, di post che svelano i 5 trucchi segreti per vendere tonnellate di ebook o che raccontano le incredibili storie di successo di self-publisher americani e della loro ripetibilità italica.
Ecco, aggiungere un altro post di questo tipo mi è sembrato ozioso.

Poi ho letto un articolo di Matteo B. Bianchi su Linkiesta (I rischi del diventare editori di sé stessi) e la replica di eFFe su Scrivo.me (dal sobrio titolo Hegel e il self-publishing). Epifania. Non avrei dovuto scrivere 10 consigli, né 5 trucchi, ma avrei dovuto provare a raccontare come la vedo io questa questione del pubblicarsi senza passare attraverso il filtro di un editore.
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1. Il self-publishing è l’espressione di un più esteso diritto di scrivere e pubblicare?

No, semmai è una semplificazione tecnica del processo della pubblicazione, ma proprio in quanto tecnica, poco o punto ha a che vedere con la sfera dei diritti.
Dopotutto (e abbiamo già battuto su questo tasto) pubblicare non è solo pubblicare un libro e penso che ogni autore potrebbe (e forse dovrebbe) sperimentare forme di espressione diverse dal formato libro. D’altronde non è neanche detto che pubblicare un libro sia un diritto, quando per esprimere il proprio pensiero potrebbe essere sufficiente fiancheggiare chi il pensiero lo esprime con forza, efficacia e vigore.

Certo è affascinante la dissoluzione del ruolo dell’autore, come ben diceva eFFe al fondo del post citato. L’idea stessa di autoralità cambia, si parcellizza e mi sembra, soprattutto per quanto riguarda l’autopubblicazione, che il centro dei discorsi si sposti sulla diffusione di sapere tecnico-specialistico. Narrativa e saggistica? Il problema è trovare il luogo del confronto, della critica, della verifica, forse ancora prima dei riscontri di vendita.

1. Il self-publishing è una scorciatoia per autori che non vogliono crescere?

Quindi è poco più che una piccola fiera delle vanità, in cui ciascuno ha diritto ai propri 10 secondi di fama e a qualche decina (quando va bene) di copie vendute? Secondo Bianchi, alla fine, a farne le spese è la qualità. Non è detto che un libro autopubblicato sia necessariamente di cattiva qualità, ma ciò che salta è la possibilità di confronto (che a volte passa anche per dolorosi rifiuti) tra lo scrittore e una figura professionale preliminare al pubblico.

Bianchi ha ragione. La democratizzazione assoluta del processo di pubblicazione fa detonare le intermediazioni e non è affatto detto, né auspicabile, che la narrativa – né tantomeno, mi si permetta, la saggistica – debba avere uno statuto democratico. Per esempio la scienza non è affatto democratica, non per questo va guardata con sospetto.

2. È possibile una dialettica del self-publishing?

Al di là delle provocazioni di eFFe, è possibile pensare che elementi della vecchia editoria ed elementi della nuova editoria dialoghino alla ricerca di una sintesi superiore? Quale sarà il risultato della dialettica tra queste due forze?

Facciamola più semplice: l’editoria è già cambiata e sta ancora cambiando, molto velocemente. Come possono i lavoratori dell’industria culturale inserirsi in questa dialettica? Siamo obbligati a contemplare passivamente il progresso oppure è possibile che le competenze di editor, grafici, traduttori possano incontrare le esigenze e soprattutto le possibilità del self-publisher?

3. Ma qual è il contesto italiano?

Degli oltre 60000  titoli pubblicati in ebook in Italia fino a giugno 2013, circa 3500 sono autopubblicati. Secondo Narcissus.me, uno dei principali attori del self-publishing italiano, più della metà dei titoli – 2000 – sono stati pubblicati attraverso la loro piattaforma (comunicato stampa #ISPF2013) mentre Youcanprint.it, servizio concorrente, vanterebbe un terzo dei titoli (come dichiara in un post sul proprio blog). Insomma se entrambe le piattaforme dichiarano il vero, lo scarso mercato italiano del self-publishing è nelle mani di due giocatori.
Rimangono fuori da questo conteggio, però, gli autori italiani che hanno deciso di pubblicarsi sulla piattaforma KDP (Kindle Direct Publishing, di Amazon) – possiamo pensare che siano qualche migliaio? – e gli autori che si autopubblicano su piattaforme più indie come Smashwords.
Alla fine dei giochi emerge un bel gruppo di autori-scrittori e un bel mucchio di testi. Per un mercato in cui la maggioranza dei lettori legge 1 (uno) libro al mese.

5. Quindi, in soldoni?

Il boss della già citata Narcissus.me, Antonio Tombolini, intervistato nel 2013 diceva che:

cominciano a esistere molti autori che guadagnano costantemente cifre sempre più ragguardevoli: i 500-700-1000 e 2000 euro al mese. Una ‘classe media’, per così dire, di autori che nell’editoria tradizionale non trova più spazio, e la possibilità che si riapre per un autore di guadagnare qualche euro coi suoi libri, e magari di poter pian piano pensare di farne il proprio lavoro. Non nell’ottica ‘drogata’ di diventare milionario, ma nell’ottica ben più importante di fare della propria passione anche la propria professione, in grado di farmi vivere dignitosamente. [fonte]

Ora, nel rispetto della riservatezza di chiunque, sarebbe interessante se Tombolini dicesse quanti sono i molti che guadagnano 500 o 2000 euro al mese vendendo ebook autopubblicati.

L’unico caso di trasparenza di cui sono al corrente è quello dei Wu Ming, collettivo di scrittori (con un pubblico piuttosto ampio) che nel 2013 ha pubblicato con Simplicissimus (non autopubblicato, ma la differenza in questo caso è scarsa) la propria raccolta di post con splendida introduzione e premesse tematiche di Tommaso De Lorenzis. In quattro mesi i Wu Ming hanno venduto 427 ebook [fonte]. Diviso i quattro del colletivo + il curatore. Nulla di faraonico, ma nemmeno di decente.

8. Quindi autopubblicarsi è una sciocchezza?

No. È una sciocchezza se si è sicuri di poter campare con la propria carriera da self-publisher. Se si è sicuri di essere dei geni incompresi e perseguitati da malevoli editor (se ricevete 40 rifiuti per un romanzo è possibile che il romanzo sia pessimo, davvero).

Autopubblicarsi non è una sciocchezza se si hanno le idee ben chiare dei propri limiti e se si fa tutto il possibile per affrontarli. Può essere addirittura una buona idea se l’autopubblicazione fa parte di un percorso professionale (mi viene in mente, per esempio, un architetto di bioedilizia che voglia pubblicare le proprie ricerche).

13. Comunque vada il self-publisher rimane un dilettante?

No, ma tutto dipende dal percorso che fa per arrivare alla meta. E forse dalla definizione di dilettante che sarà in auge tra qualche lustro.

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