Self-publishing: che cosa ci guadagniamo?


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Il nuovo rinascimento digitale passa per il self-publishing?

Il self-publishing non sembra più quel fenomeno riservato agli autori narcisisti e vanitosi che, avendole provate tutte (ma senza successo) per farsi pubblicare, spiaggiano infine sui lidi dell’auto-pubblicazione.

A Milano, durante la Social Media Week, c’è stata un’interessante occasione di discussione: Editore di te stesso: il nuovo rinascimento digitale passa per il self publishing? con Antonio Tombolini, capo di Simplicissimus (che attraverso Narcissus opera una delle piattaforme di self-publishing più affermate in Italia) e gli scrittori Rita Charbonnier, Matteo Pezzi e Giorgio Ponte, a rappresentare quegli autori che vendono migliaia di copie dei propri ebook, e che magari vengono notati dagli editori “veri” e che magari rifiutano addirittura le offerte di pubblicazione preferendo continuare lungo la strada self.

Three Beached Whales, 1577

Tre balene spiaggiate, 1577 incisione dell’artista olandese Jan Wierix

Come si misura il successo di un autore?

Quanto vende un libro? Forse sbaglio, eppure mi sembra che questa sia ancora oggi una domanda essenziale quando si parla di pubblicazione. Questa domanda, nota bene, vale sia per un editore – che in base alle previsioni di vendita può programmare una serie di investimenti (ogni libro, guarda un po’, ha un conto economico) – sia per il self-publisher.

Qual è, infatti, il ruolo dell’editore? Selezionare (o commissionare, a volte) testi che possono avere un buon riscontro di vendite, migliorare, correggere e accompagnare fino alla vendita i libri. Che cosa c’entra tutto ciò con l’autore che si autopubblica? Nel corso del suo intervento, Tombolini ha messo bene in evidenza che il self-publisher non è solo un autore che decide di pubblicarsi da sé, ma tende a farsi editore, centralizzando le funzioni che sono tradizionalmente appannaggio della struttura più o meno complessa di una casa editrice.

Bad Typography is Everywhere. Good Typography is Invisible.

Bad Typography is Everywhere. Good Typography is Invisible.

Potrebbe sembrare una forzatura, ma in realtà la riflessione sulla natura del self-publishing come auto-editorialità e non solo come auto-autoralità (scusate il bisticcio) non è né nuova né balzana. Mi sembra anzi potenzialmente fecondo per l’economia della discussione fare un piccolo balzo in avanti e riesumare una provocazione sollevata da eFFe tempo fa:

Possiamo immaginare e quindi sforzarci di costruire una funzione editoriale diffusa, dove la selezione e il rischio d’impresa (i due elementi costitutivi del mestiere d’editore) siano condivisi con autori e lettori?
[Notizie dal fronte editoriale (e che Foucault mi perdoni)].

Perché il self-publishing è un nuovo modello?

Nel panorama attuale il self-publisher assume su di sé il rischio d’impresa che prima spettava all’editore (investe tempo o soldi per gestire un flusso di lavoro: copertina, revisione, correzione, composizione del testo, pubblicazione, marketing) e in parte lo scarica sul lettore che assume su di sé l’onere di vagliare a valle la qualità di un testo, operazione prima svolta a monte dall’editore (che non sempre lo fa bene, senza dubbio, ma alla lunga l’editore scarso paga la propria inettitudine con la scomparsa dal mercato).

Ecco perché mi sembrava interessante – e non polemico, né voyeuristico – domandare a chi possiede e gestisce dati aggregati di vendita, le cifre guadagnate dai self-publisher nostrani. Purtroppo la domanda è rimasta inevasa anche durante l’incontro milanese della Social Media Week.

Ci si potrebbe chiedere quali siano invece i rischi per chi gestisce le piattaforme di self-publishing/distribuzione, strutture che trattengono una parte consistente del prezzo “di copertina” e tendenzialmente guadagnano grazie al fenomeno della coda lunga caratteristico dei mercati digitali.

Non c’è solo il guadagno, però…

Trasformare la passione per la scrittura nel proprio mestiere è un’aspirazione di molti autori; ne ha parlato, per esempio, Giorgio Ponte, autore di Io sto con Marta!, discreto successo di self-publishing (tipo un migliaio di copie in due mesi su Amazon) del quale potete sapere qualcosa di più leggendo l’intervista su Cosmopolitan. L’aspirazione è verosimile? Penso che sarebbe necessaria chiarezza da parte di tutti gli attori del mercato editoriale che cambia.

I self-publisher dovrebbero sapere (e dovrebbero sapere anche gli autori pubblicati dalle tradizionali case editrici) che la maggior parte degli ebook non sarà un campione di vendite.
La maggior parte degli ebook venderà una quantità modesta o scarsa di copie e ciò è ancora più vero in Italia, dove il mercato editoriale non è ampio come quello anglofono.
Qualche libro non venderà nemmeno una copia mentre qualche altro libro venderà diverse migliaia di copie e potrà essere catalogato tra i successi dell’anno, anche perché in Italia un successo editoriale viaggia su poche migliaia di copie vendute.

La necessità di stuzzicare il narcisismo dell’autore dà comunque vita alla molecolare frammentazione delle classifiche di Amazon e di altri store, che hanno fatto in modo che entrare nella Top 100 degli ebook più venduti non fosse poi così difficile (insomma, non è impossibile per l’ebook Pescare anguille in Italia essere tra i primi 100 ebook nella categoria Non fiction/Manuali di pesca/Pesca all’anguilla).

Il self-publisher dovrebbe quindi essere conscio che la propria scarsa/media/eccellente quantità di copie vendute andrà comunque a rinforzare la cassa del distributore (ecco la coda lunga), che mettendo insieme pochissime copie vendute da moltissimi autori racimolerà lo stesso ricavo della vendità di un singolo bestseller.
Nulla di malvagio, intendiamoci, ma penso che faccia parte della costruzione di una funzione editoriale diffusa anche la consapevolezza degli interessi in gioco e un certo necessario disincanto (o critica) dei discorsi sulla democratizzazione dell’editoria nell’era del self-publishing.

Allora perché (auto)pubblicare?

Il guadagno non è l’unico, forse nemmeno il principale, motivo che spinge molte persone a voler pubblicare un libro. Spesso c’è l’urgenza di rendere pubblico un messaggio (che è poi il significato del verbo pubblicare, come ricordavamo nel post Vuoi pubblicare il tuo libro? 5+1 consigli per farlo al meglio) o rendere più sistematico e sequenziale un pensiero (per esempio nel caso di un saggio) o ancora la voglia di provare un mezzo nuovo ed essere partecipi di un cambiamento epocale, con le sue luci e le sue ombre, nel modo di produrre e diffondere cultura.
Rimanendo agli ospiti dell’incontro milanese, è significativo il caso di Rita Charbonnier. L’autrice, già pubblicata da Piemme, ha deciso di intraprendere la strada dell’autopubblicazione con un testo già edito su carta perché desiderava sperimentare un approccio narrativo non lineare. La sua convinzione, difficile da non condividere, è che l’editoria tradizionale non sia ancora pronta a sostenere progetti complessi come quelli de La strana giornata di Alexandre Dumas (qui una scheda del libro di carta e dell’ebook).

Free speech doesn’t mean careless talk! Office for Emergency Management. War Production Board. (01/1942 – 11/03/1945)

Qualunque sia il motivo per cui si pubblica, penso che al centro dovrebbe comunque esserci la cura per la qualità del contenuto (che nel caso di un testo coincide in gran parte con il contenitore). Se il self-publisher sussume in sé le funzioni che nell’editoria tradizionale erano svolte di una filiera complessa, allora dovrebbe tentare di essere anche altrettanto professionale.

Alla fine è questione di cura

Il self-publisher dovrebbe investire tempo, molto tempo, nella cura del proprio testo: lavorare per massimizzarne la chiarezza e limitarne gli errori ortografici, imparare a usare – bene – un elaboratore di testi e apprendere almeno qualche rudimento di html, costruire una rampa di lancio sul web per far conoscere il proprio testo ed essere pronto e disponibile a interloquire con il pubblico.

Se il self-publisher non avesse tempo, allora dovrebbe valutare la possibilità di investire denaro per svolgere alcune di quelle funzioni proprie dell’editore: una copertina e una correzione di bozze professionali possono essere un buon inizio nel caso – quanto mai probabile – debba fare i conti con un budget limitato.

Solo con una cura maniacale della qualità il self-publishing potrà cancellare le stimmate del dilettantismo che si porta appresso come eredità dell’infausta editoria a pagamento. E chi, come noi, lavora nella filiera editoriale potrebbe essere un alleato del self-publisher e non un critico schizzinoso e snob di una rivoluzione in marcia.

Aggiornamenti

Il post ha creato un po’ di discussione con Antonio Tombolini, che su twitter ha risposto ad alcuni dei nostri interrogativi. Se vi facesse piacere leggerli ho raccolto e montato i più significativi in questo storify.

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