Cari neuroni, armatevi di narrAzione 2.0

pensieri

Immagine tratta da “the age of innocence”

In questo nostro excursus sulla scuola digitale (qui la prima e la seconda tappa) ci siamo lasciati con un paio di interrogativi da sciogliere; una questione di problem solving sociale che interessa le prossime generazioni di studenti.

Ci sono prove che l’apprendimento digitale migliori le performance degli studenti?

Ci sono teorie a fondamento delle buone pratiche che si vanno diffondendo, oppure il tutto si basa sull’ideologia che vuole vedere, ancora una volta, la tecnologia come forza autonoma e portatrice di progresso?

Ormai le tecnologie sono diventate l’infrastruttura che innerva e abilita gran parte delle attività umane e tra tutte l’istruzione, il caposaldo formativo della società, anzi aggettiviamo: “società della rete”! Definire lo strumento che caratterizza la società, non vuol dire dimenticare la natura umana del valore da indagare.

Lo stato dell’arte sulla questione dell’apprendimento digitale (e-learning) è piuttosto sfaccettato (multitasking), ma proviamo a rappresentarlo con due approcci: il 2.0 e il pensiero lineare.

  • tool 2.0 casalingo: mappa visuale, che probabilmente tra qualche anno i miei figli “nativi digitali” considereranno obsoleta;
  • pensando linearmente: una lunga, lunga narrazione neurodigitale.

Tool 2.0 casalingo

Tool 2.0 realizzato da neuroni immigrati digitali

Tool 2.0 realizzato da neuroni immigrati digitali

Pensando linearmente

Alessandro nel suo post accennava ai grandi big player del gioco, come dice Bruce Sterling: Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft. Queste cinque grandi industrie americane, con la loro organizzazione verticale, stanno plasmando il mondo a loro immagine e somiglianza.
Così ho fatto un salto sul sito della Apple, nel settore dedicato all’education, e – voilà – è comparso il video bucolico che questo colosso ha confezionato per mostrare la realtà di una scuola – privata – inglese, la Flitch Green Academy, dove graziosi ragazzini (benestanti, si direbbe) dai 6 ai 14 anni imparano attraverso il magico mondo dei tablet (marcati Apple, obviously). La peculiarità di questa esperienza viene declinata così:

dotare gli studenti del know-how tecnologico per affrontare il mondo reale, non solo veicolando al meglio le nozioni, ma anche trasmettendo loro: forza di volontà, pensiero critico e capacità di mettersi in gioco.

Logo-Apple-Generasi-KeduaFantasmagorico! E ci dice anche in che modo:
–       interpretazione moderna dell’approccio scolastico;
–       conoscenze nuove, acquisite tramite nuove modalità e nuovi mezzi;
–       obiettivi: decifrare i contenuti, condividere e collaborare, sviluppare la creatività e trasformare in maniera ludica l’oggetto di studio, promuovere interattività e autonomia;
–       mezzi: tools (Apple) facili, intuitivi, ergonomici e attraenti.
Wow!!! Una scuola “melocentrica”, il pomo che si spoglia degli echi negativi della favola o della mitologia e a ogni morso sussurra: Think different!

L’ingegno umano che ha creato le tecnologie ha in sé il germe delle infinite potenzialità, ma uno che di potenzialità la sapeva lunga, diceva:

Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato. – Albert Einstein –

Il potere del Dubbio

creative-thinkingOgni trasformazione porta con sé: fascino e prospettive versus pregiudizi e paure; a quel punto devono arrivare le domande e da lì alle risposte, il passo sarà breve! Le domande sulla “scuola digitale” le fanno in tanti, ma a chi? Alla scuola con la sua rete di studenti e insegnanti, all’editoria scolastica, alla ricerca e ai big player della trasformazione!

Indagare l’ambito dimostrativo dei nuovi fenomeni e trovare un razionale condiviso dai membri del cambiamento.

Quali passi ha fatto l’ambito dimostrativo della scuola digitale?

A volte occorre fare un passo indietro…
Qualcuno un passo indietro ha dovuto farlo!
Come vi dicevamo la Corea del sud era partita spedita verso il progresso con l’intento di digitalizzare tutto il sistema scolastico (qui la notizia) visto che…

I benefici sul piano dei livelli di apprendimento potranno essere valutati solo a distanza di anni (non tutti gli esperti concordano sul punto), ma quelli economici saranno certamente rilevanti perché i costi dell’editoria elettronica sono nettamente più bassi di quelli della carta stampata.

 

Soffermiamoci su due o tre cosette:
– (non tutti gli esperti concordano sul punto)
– i benefici saranno valutati a distanza di anni
– ma quelli economici sono rilevanti
Insomma la ricerca surclassata dal progresso e dall’economia? Non è proprio così per fortuna e la Corea ha fatto un passo indietro come potete leggere qui.
… per quale motivo?
Ufficialmente per due motivi:

  1. L’effetto “dipendenza” che un uso smodato dei device – ma soprattutto della Rete – può ingenerare nei pargoli, che spesso soffrono di disturbi del comportamento legati proprio all’astinenza da Internet, quando viene loro interdetto l’accesso.
  2. L’effetto dei device sulla salute fisica, in particolare per quanto riguarda l’affaticamento della vista e i disturbi visivi che ne conseguono.
  3. (Questa terza opzione non è ufficiale, né coreana; è mia.) L’effetto sui livelli di apprendimento degli studenti.
star wars

Immagine tratta da “the age of innocence”

1- Una risposta sull’effetto dipendenza la suggerisce “Internazionale” (settimanale di informazione diretto da Giovanni De Mauro), nel simpatico articolo firmato Hanna Rosin: Generazione touchscreen. L’autrice descrive con curiosa aneddotica l’atmosfera e i contenuti emersi da un workshop americano tenuto da alcune decine di sviluppatori di applicazioni per tablet dedicate all’infanzia. Lo spirito della conferenza si può contrarre in una frase di Maria Montessori, la Giovanna d’Arco delle scienze educative della prima metà del Novecento.

Le mani sono gli strumenti dell’intelligenza umana.

 

Sull’eco di tale assunto sono state progettate diverse applicazioni che, attraverso il gioco, dovrebbero promuovere l’intelligenza e l’interattività dei bambini, fino a diventare il viatico per passare dal gioco all’apprendimento. Piccola nota di folklore: alla conferenza erano presenti moltissimi bambini dai 18 mesi in su: col naso a pochi centimetri da uno schermo e le dita impegnate in attività che Maria Montessori non avrebbe mai potuto immaginare, per l’appunto la nuova generazione di “nativi digitali” (abbiamo già definito l’epiteto e daremo maggiori dettagli oltre). Dall’articolo risulta che il 90% dei genitori statunitensi considera positivo l’uso dei dispositivi touch screen, presentandoli ai piccoli come strumenti ludici alla stregua dei mattoncini di legno. Dopo una prima sbornia di tecnologia pare che i piccoli statunitensi si stufino del tablet e lo abbandonino assieme alla polvere dei peluche. Ma una volta intervistati, alcuni di questi genitori – tra cui anche gli stessi sviluppatori di tablet – mostrano la nevrosi del nostro tempo, ovvero il timore che quei dispositivi possano danneggiare le menti dei figli.
Vanno bene MA solo se limitati nel tempo…

altrimenti il piccolo potrebbe diventare una di quelle creature pallide e tristi che non hanno il coraggio di guardare in faccia nessuno e sono fidanzate con un avatar.

 

Una raffinatezza tecnologica non ancora tradotta in disinvoltura, definita effetto pass-back, zona tra riluttanza e disponibilità. In breve, i risultati di questo studio mostrano un elevato adattamento dei piccoli agli strumenti; i bambini sarebbero anche capaci di selezionare l’attendibilità delle fonti proposte. L’affettività rimane una componente importante per l’apprendimento e i giochi più in voga presentano personaggi accattivanti che interagiscono virtualmente con i bambini, così come fanno genitori e insegnanti. Altri esempi citati, però, parlano – soprattutto per i piccolissimi – di disinteresse e gap di attenzione.
Per chi volesse avere una visione completa dei fattori che influiscono sull’apprendimento, qui trova un’esaustiva mappa concettuale presente in rete.

A tal proposito sono interessanti le parole di Michele Dantini, nell’articolo Rete, apprendimento e “pensiero lineare”, comparso su Doppiozero:

La memoria ha un funzionamento assai diverso da quello dell’attenzione: anch’essa è tuttavia un elemento determinante del processo di acquisizione di nuove conoscenze. Inizia a costituirsi già nel periodo fetale ed è strettamente associata alle esperienze di cura e accoglimento (o di incuria e rifiuto) che segnano i primi anni di vita. Apprendiamo dal rapporto con adulti empatici, in altre parole, in modi che non sono per niente assimilabili a una trasmissione di “informazioni”. Imitiamo chi ci vuole bene e gioca con noi, dunque non desta in noi timore: questa la prospettiva del bambino, irriducibile a modelli cibernetici.

 

La Rosin conclude:
fino a oggi nessun istituto di ricerca ha dimostrato in modo definitivo che un tablet renderà i nostri bambini più intelligenti o gli insegnerà a parlare cinese, ma neanche che brucerà loro i circuiti neuronali.
Questione di tempi troppo stretti per la ricerca? Sicuramente questa è una componente importante e la stragrande maggioranza di studi sull’e-learning la conferma.
20100915-01

2- L’effetto dei device sulla salute fisica in merito alla continua esposizione alle radiazioni elettromagnetiche è stato accennato qui e vi ricordo cosa dice l’AIE in merito:

Non risulta siano state valutate le possibili ricadute sulla salute di bambini e adolescenti esposti ad un uso massiccio di devices tecnologici.

 

Allo stato attuale, i dati dell’OMS dicono che le onde elettromagnetiche non sarebbero pericolose, ma vige un “principio di prudenza”.
Il timore di possibili danni visivi dovuti alla retroilluminazione dei tablet, in parte, è stato superato dalle tipologie di device più costose.

3- L’effetto sui livelli di apprendimento degli studenti.
Il discorso coinvolge le basi neurobiologiche dell’apprendimento che proverò a enucleare.

Chiediamo numi alla neurobiologia

Nerve cells firing, artwork

 Learning is the process that produces memory the driving force in the cultural evolution of mankind.

 

Ma… non siamo nati per leggere, ovvero non è un evento scritto geneticamente nel DNA; è un’abilità acquisita con l’esperienza e attraverso l’ambiente in cui cresciamo.

Learning is a change in knowledge attributable to experience.

 

Un’abilità che ci ha liberati dai limiti della memorizzazione e dei processi di decodifica e ci ha permesso di allocare maggiore tempo cognitivo e spazio corticale, ad una più approfondita analisi del pensiero tradotto in segni (a tal proposito, suggerisco questo articolo di “SoloTablet”).

Come scrive Michele Dantini:

La mente avvicina dapprima la pagina come un enigmatico paesaggio in bianco e nero, privo di riposanti tonalità intermedie: un intrico di architravi, semiarchi e colonne, di ombre dense e contrasti violenti che occorrerà ammansire e organizzare in combinazioni dotate di senso, appunto le “parole”. Il modo in cui ci adattiamo gradualmente alle difficoltà della lettura, nel corso dei primi anni di vita, è un affascinante episodio di riconversione neurale (o “riciclaggio”, suggerisce lo psicologo cognitivo Stanislas Dehaene). Non esistono regioni predisposte. Ma alcune famiglie di neuroni “visivi” si attivano per la decifrazione delle parole… La nostra mente si è evoluta docilmente, stabilendo mimetismi.

 

leggere

Immagine tratta da “the age of innocence”

L’abilità alla lettura non è nata con l’uomo, ma si è evoluta (stabilendo mimetismi) grazie alle primissime tecnologie, che hanno portato al passaggio epocale dalla tradizione orale a quella scritta. Socrate era contrariato dall’avvento della scrittura – così come scrive il suo discepolo Platone nel Protagora – temeva che potesse cancellare le forme di apprendimento orale.
La nascita dei sistemi di scrittura e l’alfabeto greco hanno rappresentato une rivoluzione psicologica e pedagogica, così come oggi la rivoluzione digitale potrebbe dar vita a nuove forme di pensiero.

Le neuroscienze dei meccanismi cognitivi sono discipline recenti, foriere di nuove indagini, ma gli studi parlano essenzialmente di tre diversi tipi di memoria.
L’articolo: Le Nuove teorie della mente e le Nuove Tecnologie (pubblicato dalla rivista “neuroscienze.net”) li distingue in:

–       memoria episodica: a “breve termine”, in quanto essa non va ad attivare ampie zone di integrazione cerebrale, ma rende attive preferenzialmente soltanto le aree prefrontali predisposte per orientare l’attenzione immediata degli eventi; pertanto non incide sul recupero cosciente dei ricordi, così che l’informazione ricevuta, rimane solo come traccia non elaborata da estesi processi di integrazione cerebrale…. permane a livello di “memoria implicita” difficilmente evocabile.

–       memoria procedurale: a “medio termine”, che permette di mantenere informazioni per una data attività delle relazioni “corpo//mente”, come ad es: il saper andare in bicicletta, in quanto essa attiva preferenzialmente una particolare strategia di integrazione che include i lobi prefrontali, passando il coinvolgimento di alcune aree del “sistema limbico” e infine si focalizza nella attivazione del cervelletto, in quanto quest’ultimo è deputato a presiedere all’esercizio di alcune forme attitudinali di comportamento.

–       memoria semantica: “a lungo termine”, proprio in quanto implica l’attivazione di ampie aree corrispondenti all’insieme degli “emisferi cerebrali superiori”; essa viene rafforzata dalle “emozioni” e pertanto implica nella sua evocazione il coinvolgimento di una vasta area cerebrale….

Con un’intuizione ragionevole (e collaborativa!) stabiliamo mimetismi tra le abilità richieste a un nativo digitale e queste tre zone della mente.
La logica ipertestuale dell’apprendimento 2.0 richiama tracce non elaborate che coinvolgono la memoria episodica; le capacità tecniche richieste dai media rientrano nelle relazioni corpo//mente  e coinvolgono la memoria procedurale; la conoscenza, quindi la capacità di creare associazioni e dotarle di senso, dipende dalla memoria semantica o “a lungo termine”. La memoria a lungo termine mette in relazione i dati della nostra esperienza del mondo esterno con i ricordi individuali elaborati; incrociando i suoi domini semantici nascono le varie forme di intelligenza, la capacità di pensiero e di elaborazione. Questi processi vanno ben oltre la sola memorizzazione; un gran numero di reti neurologiche si formano soprattutto nell’età evolutiva e si riorganizzano per tutta la vita, in base agli input esperenziali; un fenomeno definito neuroplasticità.

… l’evoluzione biologica tende a espandere flessibilmente i campi d´interazione neuronali favorendo… le potenzialità di comunicazione sociale di pensiero ed azioni in una determinata epoca.

 

Per chi volesse approfondire oltre, consiglio il testo: Proust e il calamaro di Maryanne Wolf (qui troverete la scheda descrittiva dell’editore).

Lo studente nativo digitale

In questo quadro biologico si collocano gli studenti 2.0, definiti da Marc Prensky (esperto di tecnologia  ed educazione) “nativi digitali”. Dunque, le posizioni sull’esistenza di una generazione net nata, cresciuta e svezzata a pappe e web (davvero?) sono controverse, poiché come tutte le generalizzazioni, anche questa può risultare mendace se si considera il “digital divide”, ovvero le disuguaglianze digitali esistenti all’interno di uno stesso paese e a livello globale.
L’articolo di education 2.0 definisce l’identità della nuova generazione: digitIO.

La società digitale determina una nuova costruzione di identità/Io delle nuove generazioni, i giovani infatti utilizzano nuovi modi per comunicare che determinano nuove identità, potremo chiamare tali forme digitIO (l’Io digitale), altri autori preferiscono parlare di generazione proteiforme (R.J. Lifton) abituata all’accesso rapido, con una attenzione fluttuante, spontanea più che riflessiva, creativa più che industriosa, abile nell’elaborare le immagini più che le parole, emotiva più che analitica.

 

Ma torniamo all’ambito biologico e chiediamoci se esistono davvero differenze cognitive tra questi ragazzini e, per esempio, la generazione dei loro insegnanti, o “immigrati digitali”.biologia
Secondo Prensky stimoli di vario tipo cambierebbero la struttura delle associazioni neuronali, determinando nuove forme di pensiero e quindi di comportamento sociale… il caro: Cogito, ergo sum non risulta ancora surclassato!
Suggerisce che i nativi digitali pensano diversamente poiché i loro cervelli sono fisicamente (e fisiologicamente) differenti a causa degli input sensoriali (in questo caso digitali) ricevuti.
Si riporta come dato importante la risonanza magnetica del cervello di un musicista: si  evidenzia un aumento del 5% del volume di un’area del cervelletto, un adattamento della struttura cerebellare alla pratica continua e intensiva della musica. Quindi i neuroni dei ragazzi che passano un considerevole numero di ore con mezzi computazionali (computer, play station, tablet ecc.) si sarebbero adattati e la loro modalità di pensiero oramai è antitetica rispetto a quella dei genitori e insegnanti. Avrebbero sviluppato delle intelligenze ipertestuali e abbandonato il pensiero lineare, per affinare strutture mentali parallele, capaci di collegare link diversi e in ambiti disciplinari anche molto lontani.

Proprio il pensiero lineare è il fondamento della scuola che conosciamo, quindi quest’istituzione analogica è destinata a farsi carico dell’istruzione di una generazione che – nel migliore dei casi – si annoia oppure percepisce un freno al proprio potenziale cresciuto attraverso giochi e processi di web-surfing? – Davvero? –
Prensky va anche oltre, sottolineando come il linguaggio digitale declinato attraverso i vari device potrebbe essere lo strumento idoneo per stimolare quell’abilità cognitiva chiamata reflection, ovvero l’apprendimento dato dall’esperienza e da cui trae origine il pensiero critico.

L’insegnante immigrato digitale

L'insegnante digitale

Fonte: www.thedigitalshift.com

La categoria degli “immigrati digitali” è caratterizzata (come tutte le persone che si ritrovano a vivere in un contesto differente da quello in cui sono nate) da un particolare “accento”, un’inflessione semantica e cognitiva frutto del loro piede nel passato, che non può essere nascosta… nemmeno con lezioni intensive di dizione computazionale! Un “linguaggio” imparato nella vita adulta, secondo i neurobiologi, è elaborato da aree differenti del cervello.
Da qui nascerebbe la difficoltà degli insegnanti di comprendere e guidare una generazione, che fondamentalmente ha sinapsi differenti.

Nonostante il duplice divario generazionale e tecnologico (per non dire sociologico), il docente ha il compito di riconoscere, accogliere e accompagnare un mondo che promuove un’acquisizione del sapere socializzata, creativa e soprattutto centrata sullo studente.
Una concezione di scuola molto diversa da quella che conosciamo!

Proviamo a schematizzare cosa differenzia questi due protagonisti del sistema scuola.

ISTRUZIONE (3)

Gli studenti che si affacciano oggi sul panorama scolastico necessitano nuove competenze tecnologiche e digitali come robotica o struttura di hardware e software, ma anche nuove concezioni di politica, sociologia e linguaggio. Servono situazioni didattiche che coniughino efficacemente azione e riflessione attraverso la mediazione educativa del docente.
Un’efficace sintesi del piano metodologico necessario per affrontare questo nuovo panorama è fornita da un’indagine, citata nel testo di Maria Ranieri.

i percorsi di apprendimento […] vanno predefiniti negli aspetti essenziali in modo che consentano all’alunno di imbattersi in forma quanto più spontanea possibile in nodi e quesiti cruciali capaci di innescare riflessioni significative. Si parte dunque con attività pratiche selezionate e obiettivi che comportano prodotti tangibili (del tipo costruire un testo collaborativo, raccogliere e costruire un archivio, produrre un oggetto multimediale, ecc.) sapendo tuttavia che la dimensione produttiva deve collegarsi a momenti di “distacco” riflessivo favorito da specifici stimoli.
– Calvani (2010) –

 

Chi a(r)merà le loro menti?

Onderwijzeres voor de klas op een school in Roozendaal, jaren '50.Il saggio di Maria Ranieri: Le insidie dell’ovvio. Tecnologie educative e critica della retorica tecnocentrica, affronta alcuni quesiti sulla ricerca nell’Education Technology, settore di studi che si occupa di indagare i rapporti tra impiego delle tecnologie e processi di apprendimento.
Sintetizziamo qui alcuni passi, attingendo con abbondanza dal testo suddetto.

I dati provengono per lo più da studi americani e inglesi, dove la presenza di scuole come quella presentata dalla Apple è una realtà consolidata e quindi consente lo studio a lungo termine.

Come sottolinea il titolo dell’opera, per riflettere sui rapporti tra educazione e tecnologie non bisogna cadere nelle insidie dell’ovvio e dare per scontato un presunto potere intrinseco, quasi teleologico, della tecnologia digitale (paradigma ormai reiterato, ma a volte repetita juvant). Usando un sillogismo ingenuo: non sarà sufficiente collocare un tablet in una classe per rendere la scuola e i suoi protagonisti “multimediali”! Vanno presi in considerazione sia la metodologia, che i contenuti offerti dall’attuale sistema d’istruzione.

… i corsi e ricorsi storici

LIM

Fumetto di Roberto Mangosi

I media hanno fatto la comparsa nel sistema educativo nel corso del Ventesimo secolo attraverso l’introduzione progressiva nel sistema scolastico: del cinema didattico, della radio, della TV educativa, fino ad arrivare agli anni ’60 con l’introduzione dei computer (nelle blindatissime aule informatiche). Queste innovazioni sono state accolte con toni progressisti e la promessa di migliorare l’efficienza e la produttività dell’istruzione. Le motivazioni di tale entusiasmo si possono ricondurre essenzialmente al: potere liberatorio della macchina nei confronti della creatività degli studenti e dei compiti routinari degli insegnanti. Dopo i primi entusiasmi, però, cominciarono a sorgere varie criticità e alla fine le tecnologie dell’informazione e della comunicazione non si imposero – come ipotizzato – nei sistemi d’istruzione.
Come afferma Laurillard in uno studio del 2008:

l’educazione è sul punto di essere trasformata dalle tecnologie per apprendere; ma è rimasta su quel punto da qualche decennio a questa parte.

 

Enucleiamo le principali e ricorrenti criticità evidenziate:
–    tempo insufficiente dedicato all’uso dell’ICT nell’orario scolastico;
–    strutture scolastiche inadeguate e dotazioni tecnologiche carenti;
–    costi non sostenibili;
–    scarso interesse degli insegnanti nell’adottare la tecnologia come parte integrante del programma d’insegnamento;
–    mancanza di una formazione adeguata;
–    incompatibilità tra i contenuti veicolati (non sempre coerenti all’obiettivo didattico) e i curricula scolastici ministeriali.

Nel sistema scuola, l’introduzione delle ICT  non si è mai normalizzata; venivano percepite come intrusive e si scontravano con complesse dinamiche politiche, culturali, economiche e sociali. Sarebbe utile tenere in considerazione questi corsi e ricorsi storici, invece di sostituire la consapevolezza con l’amnesia, perché alcuni di quei limiti – con buona approssimazione – valgono ancora oggi!

Le ICT sono armi perfette per potenziare l’apprendimento scolastico?

Eccoci al punto cruciale della questione, sufficientemente convinti che non basti pronunciare le allitterazioni: multimedialità, interattività, ipertestualità e socialità, per avere la tanto agognata Scuola 2.0 del futuro!

A che punto è la ricerca sull’Education Technology?
Questo ramo della ricerca esiste da oltre 50 anni e ha visto maturare cambiamenti velocissimi nelle teorie di base, che si sono succedute di pari passo con l’avvento dei nuovi strumenti tecnologici. Alcuni autori considerano gran parte delle teorie sull’apprendimento inappropriate alle tecnologie digitali del XXI secolo, e in quest’ottica nasce il moderno connettivismo su cui incentreremo il discorso.

… si sta facendo strada l’idea secondo cui l’influenza delle tecnologie digitali sull’apprendimento non consista tanto nel migliorare l’apprendimento in sé stesso, quanto nel modificare il rapporto dell’individuo con la conoscenza e l’informazione.

 

Si fa strada una concezione di scuola incentrata sulla capacità di scelta consapevole da parte dello studente, che sceglie a cosa “attribuire senso” in un mondo in movimento. Sotto la spinta di queste intuizioni i governi e le istituzioni accademiche (per lo più in ambito anglofono) hanno investito risorse e tempo nell’indagare l’impatto delle ICT sull’apprendimento. Grazie a 40 anni di ricerche sperimentali e revisioni sistematiche (tra tutte, quella dell’EPPI Center dell’Institute of Education di Londra) è emersa la difficoltà nel trarre conclusioni univoche. Essenzialmente a causa di tre fattori: la natura mutabile del soggetto d’indagine, la struttura particolare e cristallizzata dell’istituzione scolastica e i risultati spesso contrastanti delle ricerche.

Una sintesi storica di queste indagini è fornita dal lavoro di Thomas Russell che già nel titolo anticipa i risultati ottenuti: The No Significant Difference Phenomenon (2011).
Nel dettaglio:

posizinamento–       area linguistica ed espressiva: non è stato rilevato alcun impatto significativo delle ICT;
–       area matematica e scientifica: sembrano esserci alcuni risultati positivi, dovuti all’uso di tool di rappresentazione grafica.

Ma: l’uso dello strumento può anche rallentare l’apprendimento ove risulta di difficile utilizzo per lo studente o la configurazione stessa crea una dispersione dell’attenzione non finalizzata e si conferma essenziale la guida del docente.

Questi dati contraddittori mostrano un impianto metodologico debole delle ricerche e l’invito alla cautela nell’analisi permane.
Le principali debolezze di queste metodologie sarebbero: la significatività dei dati (determinante per l’Evidence Based Education) e il sistema comparativo utilizzato, ovvero il confronto tra due situazioni: una classe che utilizzava le ICT e un’altra che si avvaleva di mezzi tradizionali “di carta”.

Si raccomanda un miglioramento della qualità e si fanno ipotesi, come quella di Hattie, per concretizzare l’efficacia dell’uso dei computer in classe;
–       proporre le ICT come risorse integrative e non sostitutive;
–       gli insegnanti devono ricevere adeguata formazione all’utilizzo;
–       le opportunità per apprendere dalle tecnologie devono essere frequenti;
–       lo studente va visto come protagonista del processo di apprendimento;
–       valorizzare la socializzazione tramite lavori di gruppo;
–      dare risalto al feedback e al rinforzo positivo.

Stabilire obiettivi didattici predeterminati e chiari, da declinare sull’uso di una determinata tecnologia e considerare la scuola come un contesto estremamente peculiare.
Esempio: dato lo specifico contesto scolastico (numero di allievi, risorse disponibili, logistica ecc.) e considerati gli obiettivi proposti, è più conveniente il metodo X o Y?

Berliner nel 2002 distingueva tra “scienza facile-da-fare”( fisica, chimica e settori similari) e “scienza difficile-da-fare”, tra cui rientra proprio la scienza dell’educazione: la scienza più difficile di tutte perché si confronta con problemi particolari che limitano… il processo di generalizzazione dei risultati.

La sfida epistemologica della ricerca

ricerca

Per riformulare l’agenda della ricerca sulle ICT in educazione, un folto gruppo di studiosi ha elaborato approcci che vanno sotto il nome di Designed-Based Research (DBR); approcci basati su progetti che mirano a conseguire avanzamenti sia sul piano pratico che scientifico.

Il fine non è testare se una teoria funziona o no, al contrario, sia la teoria che la progettazione vengono sviluppate nel corso dell’attività di ricerca… attraverso approssimazioni (o tentativi) che si modificano progressivamente in base ai risultati… fino a giungere alla messa a punto dell’intervento desiderabile.

 

In sintesi è auspicabile:
–       lo sviluppo di “buone pratiche” nella creazione di conoscenza;
–       il miglioramento della qualità scientifica e la creazione di un corpus di evidenze (sistematicità, trasparenza, riproducibilità e replicabilità dei dati);
–       il ripensamento dei dati ottenuti in passato dalle indagini storiche delle ICT;
–       azioni di knowledge brokering, ovvero intermediazione della conoscenza.

Nel 2005 la rivista “Education Technology” dedicava un intero numero a queste ricerche.
Il modello metodologico seguito sembra fornire dati fertili in linea con la sfida epistemologica di un ripensamento basato sull’osservazione.

L’istruzione deve guardare la tecnologia digitale nella sua totalità per formare generazioni di studenti che le hanno usate fin da bambini. Sono coinvolti diversi protagonisti in quella totalità, tra cui l’editoria scolastica, che ha il ruolo di tradurre i dati della ricerca, in contenuti adeguati per un apprendimento efficace.

Sarebbe auspicabile a(r)mare i neuroni delle prossime generazioni con la consapevolezza necessaria!

 

Per saperne di più

– Per capire meglio e trovare le prime tappe di questa nostra indagine leggete anche La lunga marcia della scuola digitale, che analizza lo stato della rivoluzione digitale nelle scuole italiane.
– Per capire quanto l’ideologia influenzi questa discussione aperta, leggete il post Scuola digitale: il fascino discreto dell’ideologia.
– Consigliatissima la lettura del saggio di Maria Ranieri, Le insidie dell’ovvio. Tecnologie educative e critica della retorica tecnocentrica; alcune analisi del testo sono presenti nel post, ma il panorama è ben più articolato e approfondito anche grazie ai numerosi riferimenti bibliografici in calce al libro.
– Da visitare, il sito internet della rivista “Edge” che si occupa di scienza e tecnologia: http://www.edge.org/q2010/q10_index.html.
– Per chi volesse aggiornamenti sul lavoro di Thomas Russell The No Significant Difference Phenomenon, ecco il sito curato dall’autore: http://www.nosignificantdifference.org.
– Per andare ancora oltre, l’articolo comparso su The Opinion Pages del “New York Times”: http://roomfordebate.blogs.nytimes.com/2009/10/14/does-the-brain-like-e-books.
– Ricordiamo ancora il  sito personale di Marc Prensky da cui è possibile scaricare i PDF dei due articoli di cui si parla estesamente nel post: Digital Natives, Digital Immigrants — A New Way To Look At Ourselves and Our Kids e Digital Natives, Digital Immigrants Part II: Do They REALLY Think Differently? — Neuroscience Says Yes.
– Il libro di Roberto Casati, Contro il colonialismo digitale. Istruzioni per continuare a leggere (Ed. Laterza), di cui troverete un estratto della conclusione sull’articolo Contro il colonialismo digitale della rivista on line “il Bo”.

 

 

5 Comments

 

  1. 19 maggio 2013  22:15 by francesca

    Carissima Laura,
    molto affascinate l'argomento e le molte chiavi di lettura che tu hai evidenziato. Mi colpisce il fatto che, basilare nell'apprendimento, rimane la relazione umana! Grazie per la tua esposizione chiara, approfondita e accattivante.

  2. 29 maggio 2013  13:19 by Alpha

    In parole povere: attenzione eh mica vorremmo innovare subito, che ci sono quei cattivoni degli informatici che vogliono svilire il nostro mestiere digitalizzando il contatto umano! Ci fanno diventare tutti dei Robot!! Ahhh che orrore, via via, torniamo prima a studiare ponderosi volumi !

  3. 29 maggio 2013  21:55 by Laura Lo Giudice

    Ciao Alpha,
    Il tuo commento crea l'occasione per riflettere sul fatto che "in breve" questo argomento non può proprio essere affrontato e legittima la lunghezza del mio post! Qui a equiLibri digitali e in altri post che ho letto sull'argomento (vedi per esempio qui) l'attenzione si focalizza su diverse facce della questione, ma non di certo sull'idiosincrasia verso le innovazioni, tanto meno quelle "digitali" (N.B. il nostro blog si chiama "equiLibri digitali" non a caso). La lunga trattazione da me affrontata si fa portavoce di un tentativo di riflessione aperta verso nuovi orizzonti dell'apprendimento, che il decreto Profumo pone in essere nella scuola italiana. Dico "si fa portavoce" proprio perchè ho tentato di riassumere e mostrare lavori dettagliati e approfonditi di persone competenti che si sono poste domande sul grado di efficacia delle nuove tecnologie digitali e, come ribadito innumerevoli volte, sono andate oltre la mera ideologia tecnocentrica e la dicotomia apocalittici versus integrati. In "parole povere": è doveroso chiedersi come l'apprendimento 2.0 influenzerà le capacità di lettura, comprensione, memorizzazione e rielaborazione degli studenti. Esistono studi dettagliati - come avrai potuto notare arrivando al fondo del post - e non sono costruiti su fanatismi, ma su evidenze documentate scientificamente. Non si può ridurre tutto questo a una fuga dall'innovazione, a un'antipatia (mai dichiarata peraltro) verso gli informatici oppure a paranoie sull'invasione dei robot. Le nostre sono domande e, per fortuna, in tutti i riferimenti citati abbiamo trovato qualche risposta e strade possibili per indagare ancora, al di là di meri fattori economici, corse verso il futuro e mirabili potenzialità del digitale.
    Ti ringrazio per il cenno al "nostro mestiere", perchè immagino tu ti riferisca a quel lavoro editoriale che cesella le parole, si chiede se siano adatte agli studenti, crea strumenti che aiutino a imparare e si scervella per giorni su piccole migliorie di singole pagine. Questo è un mestiere che non teme di essere svilito, è fatto da contatti umani ed è irrinunciabile per garantire contenuti di valore; così come irrinunciabile resta, dati alla mano, la guida umana del docente. Le prossime generazioni di studenti non hanno bisogno di "ponderosi volumi" se inadeguati allo scopo, ma di certo hanno bisogno di device funzionali, consoni ai meccanismi biologici sottesi all'apprendimento e di contenuti curati da "umani" dell'era digitale; come vedi il contatto umano spopola in ogni ambito e d'altronde il digitale non l'ha mica creato un drone!
    Consiglio a te e a chi non ne avesse ancora abbastanza dell'argomento un ulteriore articolo qui, dove vengono sollevate ancora domande umane tra i meandri del digitale!

  4. 4 ottobre 2013  23:36 by Maria

    Grazie per questa argomentazione critica e per i numerosi spunti! Volevo segnalare un video che propone una certa visione del rapporto tra bambini e tecnologie digitali, appena pubblicato on-line da Erickson con il sostegno di Edu-care (www.educareweb.it) e il patrocinio del garante per l'infanzia e l'adolescenza. http://youtu.be/YWg-d8WPXk0
    Il dibattito è aperto!

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