#SalTo13: 3 domande e 3 risposte dopo il Salone del libro di Torino

#SalTo13: Salone del libro di Torino 2013, LogoLo ammetto: il Salone del libro di Torino è un vecchio, paludato, politicamente infiltrato, torinesissimo (e quindi provinciale) mercatone dei libri. il Salone del libro è quella cosa che ogni anno strilla circa la polverizzazione dei risultati di visita dell’anno precedente (Un nuovo record che polverizza tutti i risultati precedenti, è scritto proprio così nel comunicato stampa di chiusura).

Quindi perché aggiungere un altro post oltre agli ottimi già in circolazione (in coda trovate una personale selezione di post da leggere)? Perché voglio rispondere alle domande di Shoulderblade:

Che poi sono domande – e risposte – che magari anche qualcun altro è interessato a leggere.

1. Questo #salTo13 è stato utile?

Di sicuro è stato utile per gli editori che, in media, hanno venduto più libri degli anni passati. Ma è stato utile anche a chi vuole capire in quale direzione va il mercato dei libri. Infatti il carattere pop del Salone permette di uscire dai recinti di twitter o delle altre cerchie e allargare il campo visivo.

Così si ha conferma che ai lettori piacciono gli scrittori-star (come l’icona Saviano) ma seguono anche gli esordienti che sanno costruire intorno a sé una fedele comunità di lettori. I lettori adorano i libri di cucina (se poi sono scritti da star ancora meglio) e gironzolano incuriositi negli stand degli e-reader (Ibs e Kobo erano spesso affollati). Soprattutto si ha la conferma che i lettori, almeno per adesso, adorano i libri di carta.

2. C’era aria di novità?

I lettori adorano i libri di carta ma bazzicano negli stand pieni di e-reader. I lettori ascoltano con attenzione i dibattiti su carta e digitale e spesso intervengono a proposito. La novità più evidente, almeno ai miei occhi, è che la lettura digitale sta perdendo l’aura di questione da eccentrici in cerca di gadget tecnologici. La lettura digitale sta diventando un’attività normale e ormai i discorsi sul profumo della carta sono archiviati – quasi – del tutto.

E anche i discorsi tecnici cambiano, virando dalle astruse discussioni per iniziati verso agili pamphlet rivolti a chi, senza farsi troppe domande, semplicemente vuole capire come leggere un ebook. Di che cosa parliamo? Per esempio di una guida minuscola per chi non ne sa nulla che ha scritto Luisa Capelli o del più impegnativo (ma decisamente modulare)  Kit di sopravvivenza del lettore digitale.

3.  Si è visto un sostanziale salto rispetto al passato e più indirizzato al digitale?

Da quanto ho scritto finora sembrerebbe che il ruscello digitale proceda cheto e in effetti non me la sentirei di parlare di salti. Anzi, a tratti ho avuto l’impressione che si rinunciasse a pensare a una specificità del digitale. Ma questo punto è complesso e mi serve partire dalle parole di Fabrizio Venerandi:

Come dargli torto? L’idea che l’editoria digitale si riduca alla digitalizzazione dei libri di carta è e risuonata anche negli interventi ascoltati al Salone, anche nella sala Book to the Future e, in modo un po’ buffo, anche durante l’incontro su I nuovi mestieri dell’editoria digitale abbiano sentito che, a parte stampa e distribuzione, gli altri mestieri non sono toccati dai cambiamenti se non molto marginalmente.

Quindi non abbiamo sentito sentito parlare di fruscio e profumo della carta, ma abbiamo sentito decantare la possibilità di andare in vacanza con 4000 ebook nell’ereader. Il che potrebbe far chiedere innanzitutto di quanti mesi di vacanza goda il portatore di tale ereader e in secondo luogo

e quindi considerare la scelta cartaceo/digitale innanzitutto come una questione logistica.

Ma la situazione non è poi così cupa. Sempre nelle sale di Book to the Future – e non solo, a dire il vero – abbiamo ascoltato i protagonisti del progetto di Scrittura Industriale Collettiva che hanno dato alle stampe il notevole In territorio nemico e poi hanno iniziato a interrogarsi su come progettare la versione digitale aumentata del romanzo. Insieme ai SICsters (qui una bella intervista su Giap) c’erano anche Arturo Robertazzi e il suo multiforme Zagreb (qui il minisito della nuova versione digitale, prevista per l’autunno 2013).

La discussione sviluppata intorno a In territorio nemico è stata veramente molto ricca (e qui trovate un ottimo Storify che la riprende) e penso che valga la pena tenerne a mente alcuni punti per chiunque decida di scrivere o comunque debba lavorare su un testo digitale.

Prima di tutto: che cosa è un romanzo digitale?

E che cosa non è:

Ma soprattutto:

Ecco che proprio a partire da queste premesse si può cominciare a ragionare intorno a potenzialità nuove e ancora quasi del tutto inespresse della narrativa digitale. Non si tratta più di decidere che cosa sia meglio o peggio, ma forse di fuoriuscire dalle secche a cui ci ha condotto un’idea un po’ balzana:

E così tutto il resto è stato abbassato a letteratura di genere o a gioco o a esercizio di stile.

Dopo tutti i discorsi sulla multimedialità che ci siamo sorbiti negli anni passati, quindi, la soluzione rischia di essere tecnicamente più semplice: mettere la storia al centro e aumentarla con altri contenuti che possano renderla ancora più forte.

Nel caso di Zagreb è un’opera di arricchimento da un punto di vista informativo, che s’affianca all’evocazione del romanzo e permette al lettore di contestualizzare, ricordare e – ahimè – fare i conti con il fatto che spesso la realtà della guerra supera la più ardita invenzione.

Nel caso di In territorio nemico potrebbe invece essere la possibilità di ricostruire anche visivamente il paesaggio della narrazione e potrebbe voler dire lavorare e rendere disponibili espansioni che approfondiscano personaggi minori, eventi scartati, documenti storici.

Da questo ricavo l’impressione che aumentare un testo non significhi necessariamente aggiungere video&immagini confidando nell’effetto scenico. I contenuti extra possono essere anche semplicemente testi, se questi rinforzano l’impalcatura di un progetto narrativo.

E allora forse si tratta di valorizzare il lavoro dell’autore (anche declinato collettivamente e “ridotto” a funzione come nel caso della SIC) e delle altre persone che possono contribuire alla progettazione di un manufatto letterario che ritorna ad avere caratteristiche necessariamente artigianali, perchè ogni progetto dovrà fare storia a sé se veramente vorrà emergere dal panorama indistinto del 99% di testi digitalizzati ma non digitali.

Post su #SalTo13 da leggere

Se la riflessione sulle potenzialità del digitale hanno attraversato il Salone, bisogna notare che anche quelle sui rischi non sono mancate. In particolare si è parlato del pamphlet Contro il colonialismo digitale di Roberto Casati; un’accurata sintesi dell’incontro la si può leggere qui, anche se alcuni hanno notato che l’incontro sia stata un’occasione mancata di approfondimento.
Sul blog di El_Pinta si possono leggere diversi interessanti e documentati post sulle diverse tematiche affrontate nella sala Book To The Future. Anche sulla sua demenziale progettazione.

I libri, e il mercato dei libri, sono fatti anche dalle persone che recensiscono, suggeriscono e leggono. Il tema dei bookblogger ha catalizzato gran parte dell’attenzione su di sè. E allora leggiamo il post di eFFe, relatore all’incontro I book blog: cosa succede in Italia? e poi, per approfondire il tema, questo post di Salvatore Nascarella. Se non ce ne fosse ancora abbastanza allora non resta che leggere un post densissimo di Saverio Simonelli che parte da ma va ben oltre la questione dei bookblogger.

 

3 Comments

  1. fabrizio venerandi 23 maggio 2013
  2. Alessandro M. 24 maggio 2013

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