Ritratto di signora. Elle, la poésie

Paper dress made from the pages of telephone books by Kelly Murray  (Source- unicorn-meat-is-too-mainstream, via papercutters)tumblr_mn8p64XX0U1rsnzy2o4_500

Paper dress made from the pages of telephone books by Kelly Murray

Poesia: sostantivo nato in una zona grammaticale al femminile. Ha corpo e labbra di donna, o perlomeno così recita la nostra cara grammatica, che da ragazzina mi piaceva aprire a caso immaginando volti dentro le parole. Il signor coraggio era Tristano a cavallo: nome proprio di persona, genere maschile; madame poesia, la bella signora dalle dita lunghe su corde di cetra e sbuffi di flauto. Poesia: nome straordinario – avrei scritto io – di cosa, quella cosa che somiglia al “corpo di ballo docile a un archetto invisibile delle farfalle” (cit. I.Brodskij). Natura, origine, epigrafe, musa: femminile singolare.

 

Aprite il sipario

 

“le nove figlie dal grande Zeus generate,

Clio e Euterpe e Talia e Melpomene,
Tersicore e Erato e Polimnia e Urania,
e Calliope, che è la più illustre di tutte.”
Esiodo, incipit della Teogonia

 

Accostata alle cortine degli archi – attende – la folla astante in platea, fino all’apparire di un fruscio nell’aria, una voce di crinolina sotto le vesti di carta. Lei, antica come un quadro… altera avanza.

voce fuori campo
Entrano tre donne, una dopo l’altra, a piedi scalzi, sul palcoscenico. Luce sulla scena, ombre sui versi.

 

Anna Achmatova

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Anna Achmatova, 23 giugno, 1889 – Mosca, 5 marzo 1966

Quando la notte attendo il suo arrivo,
la vita sembra sia appesa a un filo.
che cosa sono onori, libertà, giovinezza
di fronte all’ospite dolce
col flauto nella mano? Ed ecco è entrata.
Levato il velo, mi guarda attentamente.
Le chiedo: “Dettasti a Dante tu
le  pagine dell’Inferno?” Risponde: “Io”.
“La musa”, dalla raccolta La corsa del tempo

 

Anna Andreevna Achmatova voleva la chiamassero il poeta, le piaceva la nota maschile del termine. La guerra, le purghe staliniane e i giorni del terrore calarono come fondali sulla sua vita. In quel palcoscenico, le correnti letterarie dell’epoca frammentavano la realtà con il cristallino distorto dai colpi della storia. Il simbolismo restituiva parole di astrazione, come rarefatte. La poesia dell’Achmatova riporta un occhio centripeto sugli eventi, mette a fuoco lo sguardo sulla Russia e scrive la sua denuncia di pensiero in versi. Leggendoli ritroviamo come in una fotografia mille sguardi e su tutte quelle teste – compassionevoli – le parole di un poeta.

Ho appreso come si infossano i volti,
come dalle palpebre si affaccia la paura,
come traccia il dolore sulle gote
rigide, cuneiformi pagine,
come d’un tratto, da cinerei o neri,
i riccioli diventano d’argento,
su labbra docili appassisce il sorriso
e in un arido ghigno trema lo spavento.

E non per me sola prego,
ma per quanti erano là con me
nel freddo crudele, nell’afa di luglio,
sotto la rossa; accecata muraglia.
“Epilogo”, dalla raccolta Requiem

 

Fece parte della “Corporazione dei poeti”, molto popolare nella società borghese russa, fondando la corrente letteraria acmeista, il vertice che prometteva di restituire alla parola la necessità di tornare a esprimere fatti e contraddizioni senza ovatta. Definì gli intellettuali amici, quelli delle serate letterarie, il suo “coro magico” e quegli uomini, dopo la sua morte, furono gli orfani di Achmatova e tra questi Iosif Brodskij e Borìs Pasternàk. Lo sguardo dell’Achmatova serba il ricordo dell’imponente passato russo in lunghe e contraddittorie conversazioni interiori sulla madre patria morsa tra due secoli.
Riflessi che ricordano i pensieri di chi si ferma a guardare il proprio paese, la civiltà stessa costretta tra la memoria e l’infinita memoria (della rete); mai nostra, mai al singolare.
I versi raccontano il pensiero e l’identità dell’uomo lungo la storia, e ci portano persino la luna di
Cernígov.

Sono il succo delle insonnie,
il moccolo di storte candele,
il primo colpo mattutino
di centinaia di bianchi campanili…

Sono il tiepido davanzale
sotto una luna di Cernígov,
sono api, sono trifoglio,
sono polvere, tenebra, afa.
“I versi”, dalla raccolta La corsa del tempo  

 

Le parole che abitano la superficie della lingua, lontanissime dalle associazioni di senso del simbolismo, diventano evocative quando collocate in contesti raggiungibili con un balzo tra logica ed emozione.

 

Sylvia Plath

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Sylvia Plath, Boston, 27 ottobre 1932 – Londra, 11 febbraio 1963

Per me il presente è l’eternità e l’eternità è sempre in movimento, scorre, si dissolve. Questo attimo è vita. E quando passa, muore. Ma non si può ricominciare a ogni nuovo attimo, ci si deve basare su quelli già morti. È un po’ come le sabbie mobili… senza scampo fin dall’inizio. Un racconto, un quadro, possono far rivivere un poco la sensazione, ma mai abbastanza, mai abbastanza. Niente è reale, eccetto il presente, e io mi sento già soffocare sotto il peso dei secoli. Un centinaio di anni fa una ragazza ha vissuto come vivo io. Poi è morta. Io sono il presente, ma so che anch’io me ne andrò. L’istante sublime, la fiamma che consuma arriva e subito scompare: sabbie mobili, sempre. E io non voglio morire.

 

Basta uno sguardo a quel sorriso per rimanere avvolti dalla presenza di Sylvia Plath.
Un sorriso che nemmeno prefigura la persistenza del dolore cupo che esprimono alcuni versi, ma restituisce senza incertezze una delle parti di lei come scrittrice.
La scrittura si staglia come tracciata da un compasso, non c’è errore proprio, è netta, familiare come una stanza che ben conosco, chiara come le parole quando non hanno necessità di veli, sferica come un universo che non rincorre il belletto sulle labbra, ma tenta di essere solo un viso: bello, brutto non ha più importanza, perché la perfezione – come scriveva lei – è terribile, è spaventosa.
La sua è la storia tra la luce docile negli attimi di gioia sfrontata, e il nero dei momenti in cui la depressione spegne ogni curva delle labbra e chiede per ben tre volte la rinuncia, la fine di ogni linea di fiato.
 Il suicidio.
Una ragazza dotata di straordinaria sensibilità poetica, l’anima ricettiva della poesia confessionale, che Robert Lowell descrisse così nella prefazione di “Ariel” (tra le sue ultime raccolte in versi):
Non è mai stata una mia allieva, ma per due mesi circa, sette anni fa, seguì il mio corso di poesia alla Boston University. La rivedo, opaca contro il cielo luminoso di una finestra priva di qualsiasi panorama… Era alta, snella, con il busto lungo e fragile, i gomiti aguzzi, era nervosa, imbarazzata, gentile – una presenza tesa e brillante che la timidezza paralizzava.”

Possedeva il tocco elegante e timido di chi abita dentro se stesso legato strettamente al disagio, chiuso dentro il gheriglio del proprio sguardo cercando una perfezione irraggiungibile. L’amore per lo scrittore Ted Hughes e la gioia per i due figli non seppellirono quel malessere interno e incondivisibile. Sebbene gli attimi di luce apparissero ricomposti nelle fotografie, sebbene un sorriso – anche quando è frammentato – contiene un coccio di sogni, resisteva un malessere psicologico, una forma del pensiero furiosamente trasposta nei versi. Versi come incroci tra assetate domande e urgenti risposte, un oracolo muto da interrogare sulla natura di un’aiuola e del dolore, sull’origine del lume delle stelle e del tradimento. Pensieri buttati sul foglio per togliere: negazioni ripetute fino a sparire in un colloquio con il cielo, mentre i pensieri se ne vanno in nebbia.

Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno

così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un’aiuola

ultradipinta che susciti grida di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.


Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,

alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo più perfetto –
con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me più naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.
“Sono verticale”, dalla raccolta Ariel


Dipanando il filo di seta dell’inarrivabile equilibrio di persone o stelle, i versi rivelano la raffinatezza e la confusione
di una figura femminile spinta a correre come da un istinto, quello che proprio Lowell definì: il volo dell’ape regina, costretta ad avanzare dal battito ansante del suo cuore.

 

Wisława Szymborska

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Wisława Szymborska, Kórnik, 2 luglio 1923 – Cracovia, 1º febbraio 2012

Di lei ho incrociato dapprima una sola frase, udita una sera durante un corso, così per caso; poi ho scoperto che il caso fa da perno ai versi della Szymborska e quella piccola citazione può svelare la leggerezza a più strati della sua poesia, la possibilità di essere universalmente compresa e moltiplicarsi in universi di senso.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
 e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

 

Rimase a lungo sconosciuta fuori dai confini della Polonia, ma la sua opera iniziò nelle atmosfere controverse del regime di Stalin, prima assecondando il socialismo, poi rinnegando gli scritti di quegli anni. Si inserì presto nel fervore dell’ambiente letterario dell’epoca e lì conobbe il poeta e saggista polacco Czesław Miłosz che ne influenzò il pensiero; nel 1996 le attribuirono il Premio Nobel per la letteratura, con la motivazione: “per una poesia che, con ironica precisione, permette al contesto storico e biologico di venire alla luce in frammenti d’umana realtà”.
Non ci sono tematiche estranee alla sua opera letteraria e le parole sembrano semplici, come le definisce lei “patetiche”. Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche, e poi fatico per farle sembrare leggere. Leggere, sottendono un ricercato stile linguistico, mostrano l’incisività dello sguardo e, tramite quesiti e litoti dall’immediatezza scientifica, rafforzano la costruzione e condivisione del pensiero.

Perché mai a tal punto singolare?
Questa e non quella? E qui che ci sto a fare?
Di martedì? In una casa e non nel nido?
Pelle e non squame? Non foglia ma viso?
Perché di persona una volta soltanto?
E sulla terra? Con una stella accanto?
Dopo tante ere di non presenza?
Per tutti i tempi e per tutti gli ioni?
Per i vibrioni e le costellazioni?
E proprio adesso? Fino all’essenza?

“Stupore”, dalla raccolta Discorso all’ufficio oggetti smarriti

 

Il mondo della Szymborska è un labirinto che affascina, dietro quell’assenza di ordine si scorgono le infinite tessere degli avvenimenti e i versi cercano di catturare la totalità dei particolari che i nostri occhi riescono a intrappolare. Le nuvole diventano immagini che restituiscono necessità e transitorietà, un correlativo oggettivo di di causa/effetto, mentre ogni essere umano è esposto alla propria assenza in moltissimi volti. La sua poesia contiene una spinta filosofica, un discorrere rivolto all’umanità senza salire sull’altare dell’astrazione, ma regalando parole che concedono un respiro di chiarezza.
Wisława Szymborska non cerca le mentite spoglie della verità, ma illumina oggetti e perfino lo sguardo che va altrove.

Fra le dita del caso lo spazio
si srotola e arrotola,
si allarga e restringe.
[…] Ci vien voglia di gridare:
 come è piccolo il mondo,
come è facile afferrarlo
 a braccia aperte!
e per un attimo ancora ci colma una gioia

raggiante e illusoria.

 

La poesia non dà risposte, perché ciascuno custodisce la propria e arranca sul palcoscenico del mondo come il folle shakespeariano, raccontando una favola piena di rumore e di furore, improvvisando un copione mai scritto. Così tra i nostri brulichii inarticolati lascia lo spazio aperto dei due punti, lo stupore dell’incanto.

Ogni poesia dovrebbe contenere molti punti interrogativi e chiudersi sulla soglia della risposta, coi due punti

Chiudete il sipario

voce fuori campo
Principia a cantare Calliope musa della poesia epica, ispiratrice dei cavalieri e madre di Orfeo; attacca a suonare la lira Erato musa della poesia amorosa, colei che provoca desiderio; e si ridesta al chiar di luna anche Euterpe, colei che rallegra suonando il flauto.

Le tende si aprono un’ultima volta per gli applausi e, come attori per una sola notte in scena, illuminati dal fascio di luce dell’occhio di bue, escono ancora le tre figure, precedute sul palcoscenico da nere ombre oblique: immateriali versi allineati su una pagina bianca, proiezioni esatte d’inchiostro su nudo di donna.

 

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“Zebra woman” 1942, scatto di Werner Bischof

      “E ciò che d’un tratto mi è saltato da sotto i piedi
       non è saltato lontano, perché calpestato è caduto,
       e benchè ancora si svincoli
       ed emetta un prolungato silenzio,
       è un’ombra – troppo mia perché mi senta alla meta.
Wisława Szymborska

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