Quante opportunità per le pagine di Gabo

 

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García Márquez nel 2003 / INDIRA RESTREPO

Non è un coccodrillo preparato da tempo (non potrei mai e spero di non poter mai) né un volo di avvoltoio sulla facile preda di un nome che per qualche giorno sarà iper-citato… Piuttosto si tratta di una strana sensazione, di riconoscenza più che di nostalgia: sono le tre di notte, penso a Gabriel García Márquez e sfoglio alcune sue pagine.

“Aureliano saltò undici pagine per non perder tempo con fatti fin troppo noti, e cominciò a decifrare l’istante che stava vivendo, e lo decifrava a mano a mano che lo viveva, profetizzando sé stesso nell’atto di decifrare l’ultima pagina delle pergamene, come se si stesse vedendo in uno specchio parlante. Allora saltò oltre per precorrere le predizioni e appurare la data e le circostanze della sua morte. Tuttavia, prima di arrivare al verso finale, aveva già compreso che non sarebbe mai più uscito da quella stanza, perché era previsto che la città degli specchi (o degli specchietti) sarebbe stata spianata dal vento e bandita dalla memoria degli uomini nell’istante in cui Aureliano Babilonia avesse terminato di decifrare le pergamene, e che tutto quello che vi era scritto era irripetibile da sempre e per sempre, perché le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra.
{Gabriel García Márquez, Cent’anni di solitudine}

 

Ripenso a 20 ore fa, quando all’improvviso ho trovato riverso sullo scaffale il volumone di opere narrative di García Márquez. Nell’inconsueto movimento aveva gettato a terra un caleidoscopio che mostra spezzettandolo il mondo circostante, un barattolo di vetro rosso contenente un finto scarabeo a energia solare, una clessidra da cui la sabbia scende solo picchiettando la cima… Oggetti che quasi sembrano usciti da un romanzo dell’autore colombiano. Sarebbe sciocco immaginare che la singolare caduta fosse dovuta al battito d’ali di una delle tante farfalle che – come per Remedios – stavano attraversando l’esistenza ormai fragile di Gabo?

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“L’intelligenza non serve a nulla se uno non è capace di servirsene per inventare un nuovo modo di cucinare i ceci.” (Reliegos, Spagna) Oltre i fogli di carta, citazioni incontrate sul cammino.

Penso ora a quante volte ho trovato García Márquez nelle scritte sui muri, nei testi delle canzoni, negli incontri sui treni, nell’immaginazione mia e altrui. Penso a quanta vita hanno creato le sue parole. Perché la letteratura non è chiusa nelle pagine dei libri e neanche nell’arco di vita dei suoi autori. La letteratura non muore finché è letta, ripresa, rilanciata; finché emoziona, scuote, travolge; finché riesce a far sognare, riflettere, immaginare.

Gabo ha creato universi di vicende e personaggi che permettono un eterno viaggiare in cui sfumano i confini tra reale e immaginario, tra storico e letterario… Con i suoi libri non c’è solitudine e si moltiplicano le opportunità sulla terra e in innumerevoli altre dimensioni. Grazie a lui che li ha scritti e a quanti li leggono e li leggeranno.

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