Pensieri autobiografici

 

Da dove incominciare? È la prima domanda che si pone all’attenzione di colui che voglia iniziare a narrare di sé.
C’è un momento della propria vita in cui si sente l’esigenza di mettere per iscritto ciò che siamo stati. Una necessità che nasce dal cercare di riordinare il passato, e in un certo modo riappropriarcene. Un’occasione di riscatto. Ciò che siamo è conseguenza, spesso inconsapevole, di ciò che siamo stati. Le stagioni della vita si avvicendano una dopo l’altra, lasciando tracce nella nostra memoria. Tracce che emergono come punte di iceberg, che occorre seguire fino in fondo se vogliamo avere una più chiara dimensione del fenomeno. Iniziare a scrivere si sé è intraprendere un viaggio che ci riporta a noi stessi.

Tutto è autobiografia?

Philippe Lejeune definisce l’autobiografia come unombreNel testo Il patto autobiografico,

racconto retrospettivo in prosa che una persona fa della propria esistenza, quando mette l’accento sulla sua vita individuale, in particolare sulla storia della sua personalità.

 

Siamo in presenza di una definizione molto tecnica e formale che parte dal presupposto che chi scrive di sé lo faccia in modo veritiero. Dove vi è una sostanziale corrispondenza tra vita reale e quella messa per iscritto.

Fautore di una posizione che si pone agli antipodi di quella di Lejeune è quella di Georges Gusdorf che focalizza la sua riflessione sulla nozione di scrittura di sé e arriva all’affermazione che ogni opera può essere autobiografica poiché la scrittura non ripete ma crea un nuovo sé. Siamo di fronte alla massima polarizzazione tra vita esperita e scrittura.

Di che cosa scrivere?

Delle cose, gli oggetti che popolano il nostro mondo. Chi ce le ha regalate, oppure in quale negozio le abbiamo comprate, per quale occasione, perché proprio quella in mezzo a tante altre. Nella scelta eravamo soli o qualcuno ci accompagnava, il negoziante ci ha indirizzato verso quella, magari anche un altro cliente ha espresso il suo parere… Le cose possiedono una storia, a noi il compito di dar loro vita nella scrittura.

Delle persone. Chi sono: nomi, volti, espressioni tipiche, abbigliamento, acconciature, abitudini, tic. Dove e in quale occasioni le abbiamo incontrate, se sono stati incontri occasionali o duraturi. Come sono cambiate nel tempo. In quale occasione abbiamo sperimentato la loro importanza e la loro insostituibilità. Degli amori.

Degli animali. Delle emozioni che ci suscitano. Di come hanno cambiato il ritmo della nostra vita. Delle loro caratteristiche che li rende unici ai nostri occhi.

Della nostra personale visione del mondo. Della filosofia di vita che ci sostiene nel nostro quotidiano vivere. Dei valori. Della religione. Dell’amore. Degli orientamenti morali che si sono sedimentati nel corso della nostra storia.

Come procedere?

Se si desidera procedere a una scrittura autobiografica che sia seria, efficiente ed efficace occorre una progettazione. Una struttura logica su cui inscrivere il proprio raccontarsi. I fatti ritenuti essenziali vanno fissati in paragrafi e capitoli. Pagine tematiche (persone, animali, cose, viaggi, emozioni, sapori e odori, feste…) che possono essere ordinate e disposte per vari ordini (anche, ma non solo, quello cronologico) finché non si giunge a una disposizione che riteniamo soddisfacente in quanto rivela al meglio il proprio sé.

A questo punto cerchiamo le connessioni e le interazioni. Diamo nervi e muscoli al nostro scheletro. Esso ora potrà apparirci vivo. In movimento. Nella scrittura ci siamo ritrovati. Libera interpretazione di ciò che siamo stati e in una certa misura siamo.

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