Solo una parola bellissima, s’il vous plaît [empatia]

Negli ultimi giorni mi è venuta in mente un’altra parola bellissima.

empatia

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Momix ballet “Alchemy”

 

È un nome comune di cosa, che con la sua flessione e declinazione astratta indica concetto e percezione… quelle cose che hanno un’esistenza nascosta, ma quando compaiono sono abbacinanti.

Era l’en-phatos dei greci, lo stare dentro il sentimento. Per essere precisi, i greci, la attribuirono alla partecipazione emotiva che aveva l’aedo (il cantore, l’artista per professione) verso il suo pubblico. Un significato glorioso, che in seguito ha assunto maggior respiro ed è diventato l’intreccio di un rapporto, il legame che in letteraratura diventa comunione di sensi.
L’empatia è dote squisitamente umana, appartenente alla schiera delle “sensibilità”, e quindi da esercitare con scrupolo e ardore. Compariva già nelle antiche scritture in sanscrito trasposta come l’universale empatico, che lega tutti gli esseri viventi senza distinzione di genere, ci intreccia a un gatto come a un albero e crea le basi dei rapporti e in maniera inconsapevole della comprensione di sé.
Molti secoli dopo… quasi per caso si scoprì che questa parola astratta nella grammatica aveva un fondamento neurobiologico. Poteva essere cosa concreta.
L’astratto e il concreto si riuniscono in un lemma in equilibrio tra quel che ne sa la scienza, e quel che noi sentiamo essere verità certa.

A rigor di scienza

esisterebbe una determinata fisiologia nel meccanismo mentale che permette di provare l’irragionevole immedesimazione negli stati d’animo altrui. Quando vediamo qualcuno provare emozioni forti come sofferenza e gioia, alcuni neuroni specializzati di una zona della nostra corteccia cerebrale si attivano e “sentiamo” o, sarebbe più appropriato dire, “ricordiamo” l’emozione fuori da noi.
Sono i misteriosi neuroni specchio e vennero scoperti davvero per caso.

Negli anni 90, a Parma, l’équipe del neuroscienziato Giacomo Rizzolatti studiava la rigenerazione dei nervi lesi di un arto di alcuni macachi (specie di scimmie antropomorfe) osservando su uno schermo le aree celebrali che si attivavano in seguito ai movimenti della scimmia. Durante gli esperimenti un ricercatore prese casualmente alcune arachidi da una ciotola e vide che nel monitor si illuminava la stessa area cerebrale attivata quando era l’animale stesso ad allungare il braccio e compiere il gesto. Quel gruppo di neuroni, che partono dall’imitazione e si complicano tra le circonvoluzioni di sostanza grigia, operano con le stesse modalità anche nell’uomo. In qualche modo ci permettono di ricordare un evento e uno stato d’animo che abbiamo già incontrato, riflettendo – come in uno specchio – ciò che vediamo negli altri.

Pensate a uno stadio pieno in un momento cruciale del match, in maniera quasi simultanea tantissime persone si alzano a fare la ola, provando il medesimo accoramento. Bene, questo atteggiamento è registrato dai neuroni specchio, che costruiscono una sorta di “vocabolario neurale” che ricorda esperienze analoghe e le rende proprie. È un meccanismo molto raffinato di conoscenza che coinvolge anche i sensi, non si limita a un sapere razionale, è la comprensione che si traduce in esperienza.
La nostra fisiologia ci ha preparati a coprire il divario con gli altri; specchiandoci proviamo emozioni vivendole di riflesso. A ben vedere, è così che impariamo ad amare.

Ma non pensiate che un raffinatissimo processo biologico sia semplice da costruire ed esercitare. Sì, perché quando l’empatia ci attraversa richiede saggezza, e un certo distacco per non diventare la cassa di risonanza degli stati d’animo altrui, altrimenti si snatura dalla sfera delle sensibilità date al genere umano, cadute dal cielo come una luce.

La natura al genere umano ha dato
le lacrime. Il più alto bene
in noi, è l’infinita tenerezza.
Quando in giudizio è condotto un amico
la sua miseria d’imputato ci strappa il pianto,
quando un pupillo – faccina in lacrime
in un femmineo fiume di capelli –
accusa in tribunale il suo tutore,
noi piangiamo con lui.
E quando s’incontrano sepolture
di vergini da marito, o vediamo un tumulto
che racchiude un’infanzia troppo tenera
per il rogo, ci stringe un nodo
la gola insopprimibile. C’è uomo
capace di bontà e degno
di portar la torcia dei misteri
come lo vogliono i preti di Cerere
da cui non siano sentiti i mali
di tutti come suoi? Questo c’innalza
sul silenzio dei bruti. Noi soli
afferriamo il divino, adoperiamo le arti,
dalla vetta del cielo ci è caduta
una luce, e gli orfani di lei
vanno curvati, fissano il suolo.
Agli altri esseri il creatore di tutto
diede solo la vita: a noi un’anima
perché un intrico di attaccamenti
ad aiutarci scambievolmente
ci costringesse. Perché si unissero i popoli,
dalla foresta primitiva uscissero,
i boschi dei loro antichi lasciassero
e case si costruissero…

dalle “Satire” di Giovenale

 

Non è semplice comprendere la forza peso dell’astratta empatia, molti aspetti sono un meraviglioso mistero anche per la scienza. Eppure quando incontriamo questa parola bellissima ne serbiamo ricordo, la riconosciamo in mezzo a un dialogo casuale, dentro un affetto o un incontro estemporaneo con persone fino ad allora sconosciute, si solleva da una forma di danza, e sempre trascina con sé un legame, astratto quanto basta da lasciare una traccia dopo l’altra.

 

L’ascensore numero 8 sbucava direttamente sul cortile esterno di cemento.
– Posso sedermi, questo davanzale sembra fatto apposta per fumare.
– Sì, figurati, siamo tutte qua per lo stesso motivo.
– Fumare?
– No, intendevo… quant’è che sei qui?
– Otto giorni. Faticosi, lunghi e ho una gran voglia di una sigaretta.
– Io, da settembre. Passa da una polmonite, a una bronchite e non mi sembra abbiano capito il perché.
– Ma intendi settembre, cioè nove mesi fa?
La domanda era così idiota e inappropriata che non riuscii a presentarmi, ma lei non parve seccata. Lo sguardo era dolce e disarmato, aveva dei bei lineamenti regolari, e occhi azzurro chiaro un po’ socchiusi e gonfi.
– Ora ha 14 anni, ci capiranno qualcosa e verrà anche il giorno che mi manderà a cagare, ma per quanto sembri insopportabile, alla fine è questo che fanno le madri.

In una frazione di secondo e nel medesimo istante ci venne da sorridere di quella assurda verità, senza conoscerci si aprì un leggero intreccio di emozioni che attraversò il fumo della sigaretta sollevandosi verso la gabbiola accanto al cancello antistante, da cui ogni tanto passava un’autombulanza.

 

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Momix ballet “Botanica”

 

La maglietta rossa di Bruna contro la finestra diceva: “Hasta la victoria siempre”; per quanto piccola di statura non le mancava di certo la presenza fiera, teneva i capelli raccolti in una crocchia venata di bianco che notai subito, e parlava con una bella voce ferma rivolta al corso ai fianchi del Po.
– Mi piaceva viaggiare, non che sia mai stata ricca, per cui viaggiavo come potevo. Era l’unica cosa che mi piacesse davvero. Poi è nato mio figlio e ho smesso per dieci anni. Il caso vuole che avessi prenotato un viaggio per il mese prossimo.
– Magari puoi cambiare le date…
– Io non me la sono presa più di tanto, sai. Piuttosto la mia amica, doveva venire con me e ha passato gli ultimi giorni a cercare di farci rimborsare. Ma le assicurazioni sono una delle tante faccende con cui ci prendono per il culo.
– Magari portando all’agenzia i referti medici…
– No, domani le dico di rinunciarci. Posso mostrarle qualcuno dei viaggi che ho imparato a fare qui dentro. Lo sapevo già quando era in pancia come sarebbe stato. Ne abbiamo fatti insieme di viaggi io e lui, e spesso passiamo di qui. È il quarantaquattresimo ricovero.

Lo disse con un sorriso fiducioso, tanto che mi sorpresi a riconoscere il sottofondo di qualche suo altrove.
C’erano schiamazzi di bambini, urla, risa e pianti di spiritelli nel castello della Regina. Il piccolo regno di un reparto, con le fate buone e i mostri terrificanti, un folletto con la manina Bianca faceva cucù sbucando nelle stanze dove dormivano piccoli elfi punti da fusi avvelenati. In lontananza dal bosco riecheggiò uno scalpitio di zoccoli e un cavaliere apparve fendendo i rovi con la spada sguainata, mentre esalazioni di strane pozioni magiche si sollevavano lungo il corridoio della selva.
Nevicava su quella notte dai suoni attutiti e d’un tratto sentii la nenia di una fiaba, di quelle che raccontano le madri per la buona notte.

 

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