Solo una parola bellissima, s’il vous plaît [acetilene]

Decretals_glossa

Una glossa dentro le pagine di un testo antico risalente a Giustiniano I

L’idea di questa piccola rubrica mi è venuta ieri, leggendo di straforo un articolo recente di Luisa Carrada, che invita alla lettura del testo: “Retorica e business” di Andrea Granelli e Flavia Trupia.
La Carrada riporta una citazione di Cicerone, a mio avviso, importante quanto essenziale.

Le parole devono…

 docere, movere, delectare

 ovvero: insegnare, commuovere, divertire.

E la commenta aggiungendo…

Anche oggi, in piena era digitale. Senza emozioni non c’è impatto, né visione, né cambiamento. Ma non possono esserci emozioni senza un vocabolario ricco e pieno di senso, capace di far vedere e trascinare anche con le sole parole. E senza una struttura studiata, sia al livello delle singole figure, sia al livello del discorso complessivo. Cose che hanno un effetto forte non solo su chi ascolta, guarda o legge, ma sugli stessi meccanismi e processi cognitivi dell’autore o dell’oratore. Le parole espandono il nostro mondo e il nostro pensiero.

 

 

Condivido con convinzione, perché le parole non comunicano solo al lettore, ma spesso espandono la capacità di chi scrive di leggere la propria esperienza e anche i suoi stessi pensieri. E c’è chi ha scritto capolavori, a saper scrivere di pensieri.
Le parole sono quelle fuori e dentro di noi; pensieri fermati in simboli giusto il tempo necessario per docere, movere, delectare; pensieri illuminati dai suoni e dalla voce silenziosa che si sussurra a una pagina bianca.
Per Flaubert uno scrittore deve saper rendere un mondo di parole, un mondo visibile.
In questa direzione – capite – che assumono sempre più importanza il vestito, il suono e soprattutto gli echi dello scritto. Come diceva Hemingway, uno scrittore ha nella sua cassetta degli attrezzi solo le parole ed è quelle che deve usare, senza sprecare nemmeno una virgola e scegliendole accuratamente.

Come sceglierle?

Non c’è una sola risposta, perché abbiamo una pesante sporta di termini nella nostra lingua, diversi e con accordi di bellezza intimi, personali. Ci sono termini che abbiamo letto e senza accorgercene non abbiamo più dimenticato; brillano nella memoria per un suono dentro l’auditorium dello scritto che li contiene, per un’emozione.
E le parole del pensiero si evocano per #suoniemozioni, è un dato assodato anche dalla scienza.
Esiste un vocabolario per tutti e tutti vi custodiamo parole bellissime.

 

acetilene

110

Una lampada ad acetilene

 

Per chi ha familiarità con la chimica questa parola non sarà del tutto misteriosa.
L’acetilene è, infatti, un idrocarburo di formula molecolare, C2H2, è un gas incolore altamente infiammabile che alla normale temperatura ambiente può esplodere con un minimo battito di ciglia che lo inneschi!
Veniva usato per le saldature “a cannello”, grazie alla potente fiamma che sprigiona la sua combustione, e agli inizi del ‘900 furono inventate le prime lampade ad acetilene usate dai minatori per illuminare i condotti sotterranei.
Si aggiungeva acqua in un marchingegno metallico contenente acetilene, i due liquidi si combinavano sprigionando un gas che, innescato da un fiammifero, emetteva un lungo sibilo subito seguito dalla fiamma azzurrognola sopra il beccuccio; più intensa di quella delle vecchie lampade a petrolio o delle lucerne.

No, non è una lezione di chimica organica – tranquilli – ma un breve passaggio, obbligato, per capire il valore sotterraneo di una parola che ho incrociato lavorando a un testo di chimica, mi è rimasta impressa per la sottile cantilena delle sillabe e il suono che fa, davvero, quella fiamma. Alcuni giorni dopo, l’acetilene è riapparso tra le mie letture e questa volta non si trattava di scienze esatte.
Era un lume acceso tra i versi. Scoprivo che aveva sedotto un uomo capace di rendere visibili le parole. Eugenio Montale, tra le pagine di “Ossi di seppia” scriveva…

 

E fuori, dove un’ombra sola tiene
cielo e mare
dai ghiozzi sparsi palpita, l’acetilene.

Eugenio Montale

 

Eccolo, quell’idrocarburo potentissimo, e qui allaccia i fili di un’immagine maestosa, che Joyce avrebbe definito: un’epifania – di grazia rara – in versi. I versi di Montale.

È fine estate, in quell’ora che si appresta al crepuscolo, il cielo ha fretta di vestirsi di blu intenso per cedere il passo alla notte, e delle stesse immagini ammanta i riflessi sul mare e un po’ oltre, sotto la superficie… dove nuotano i pesci. Incombe un temporale estivo, l’aria è carica di elettricità, di ioni finiti in fulmini e lì – Montale – posa il particolare dell’acetilene. L’umile acetilene dei laboratori di chimica diventa: la scintilla che si riflette dal cielo sulle livree di un branco di ghiozzi, una chiazza di piccoli pesci di mare che si sparpagliano qua e là, lesti, a ogni lampo di luce palpitante.
Parbleu!

L’acetilene fa parte della mia collezione di ossessioni di parole.
Così, per condividere e incorniciare ossessioni in lettere, nasce questa piccola rubrica equilibrista senza grandi pretese, fuorché l’unica di mostrarvi… una parola bellissima, s’il vous plaît.

Facci sapere cosa ne pensi