La Pasqua di Pasternàk

Gregory Colbert

Fotografia di Gregory Colbert

Il termine Pasqua deriva dalla parola Pāsaḥ, che in ebraico significa “passare oltre” e fa riferimento all’episodio biblico delle sette piaghe d’Egitto, in cui l’angelo Sterminatore uccise tutti i primogeniti di ogni casa. Durante quella notte solo i figli di Israele sarebbero stati risparmiati, poiché le porte delle loro case erano state segnate con il sangue di un agnello sacrificato; l’angelo le avrebbe riconosciute e sarebbe passato oltre.


Molta letteratura è stata influenzata dal mistero che permea questa ricorrenza, persino autori come Čechov che erano assolutamente agnostici.
Una delle descrizioni più intense dei tre giorni che precedono la domenica di Pasqua l’ho scovata in calce al Dottor Živago di Borìs Pasternàk. Questo romanzo, che valse all’autore il premio Nobel per la letteratura nel 1958, si chiude con una ventina di pagine dal titolo: poesie di Jurij Zivago.
Vi riporto alcuni squarci tratti dalla trentunesima edizione dell’opera, datata 2009 ed edita da Feltrinelli con la traduzione dal russo a cura di Pietro Zveteremich.

Intorno, ancora la notturna tenebra.
Ancora è così presto al mondo
che in cielo le stelle non hanno numero
e ognuna ha il fulgore del giorno,
e, se potesse, la terra
si assopirebbe a Pasqua,
alla lettura del salterio.

Ancora la terra è nuda nuda
e nelle notti non ha come
dondolare le campane
e riecheggiare dall’aperto i cantori.

E dal Giovedì Santo
fino a tutto il Sabato di Pasqua,
l’acqua trapana le sponde dei mulinelli.
E il bosco è spoglio e scoperto
e, nella settimana della Passione,
sta come una schiera di oranti
la folla dei tronchi di pino.

Ma in città, su un esiguo
spazio, come a un convegno,
gli alberi nudi osservano
oltre la cancellata della chiesa.

E il loro sguardo è atterrito.
Una ragione ha quell’angoscia.
I giardini escono dai recinti,
vacilla l’ordinamento della terra;
seppelliscono Iddio.

E vedono una luce al presbiterio,
e il nero manto e la fila dei ceri,
le facce in lagrime,
e a un tratto la processione
esce incontro a loro col sudario,
e le due betulle all’ingresso
devono tirarsi di lato.

 ….

E il canto dura fino all’aurora,
e, singhiozzati a sazietà,
dall’interno più sommessamente giungono,
giù sotto i lampioni,
il salterio o l’apostolo.

Ma taceranno a mezzanotte ogni creatura e la carne,
perché la primavera ha sparso la voce
che, solo appena torni il bel tempo,
si potrà vincere la morte
con lo sforzo della resurrezione.

Nei versi troneggiano gli elementi: la terra, le stelle, gli alberi e l’acqua che trapana le sponde dei mulinelli. Essi gettano lo sguardo sugli uomini in processione, come a volerci ricordare quei tre giorni tra la morte e un oltre, legati e raccolti nel grembo della terra.

erbaSi intravede in filigrana la Natura che partecipa della sofferenza umana diventando “senziente” anch’essa e lambisce gli uomini con compassione nel momento in cui appaiono costretti a bere un calice amaro, uno dei tanti che scivolano sulla schiena dell’umanità. La natura passa oltre verso la Primavera di una nuova vita, perché è ciò che accade sempre alla terra. Ogni filo d’erba è in qualche modo avvinto dall’inverno per poi rinascere e, parafrasando W. Whitman, ogni foglia d’erba non è meno di un giorno di lavoro delle stelle.

Nello sguardo di Pasternàk, la Pasqua appare come un monito giunto dalla Natura a noi, suoi esseri senzienti – per scelta di qualche scimmia antropomorfa inconsapevole -, e non appaiono rivelazioni assolute o udibili solo da chi ha fede.
La Primavera ha sparso la voce ricordandoci che siamo Umanità.
Parola, questa, la cui etimologia si apre a due accezioni: genere umano tra i molteplici generi degli esseri viventi e sentimento che ha il respiro ampio della compassione, la cui radice è cum patior, un soffrire – o comunque sentire – insieme all’altro.

Buona Pāsaḥ.

 

One Response

  1. francesca 30 marzo 2013

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