statua di bambino con tavoletta

Old school tablet. Foto di neeravbhatt via flickr.com

Riprendiamo il filo del discorso iniziato altrove per approfondire uno dei temi principali: la dotazione tecnologica della scuola italiana alle prese con la rivoluzione digitale.

Parleremo di LIM, classi e scuole 2.0 e ci avvicineremo all’editoria digitale scolastica per provare a capire qual è il futuro che attende i ragazzi che frequentano le nostre scuole (e gli scenari a cui va incontro un settore economico che prova a reinventarsi). Il post è decisamente lungo e cerca, tra l’altro, di raccontare i risultati della Review of the Italian Strategy for Digital Schools, il report richiesto dal ministro dell’istruzione Francesco Profumo all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, per farsi raccontare lo stato della scuola italiana di fronte alla digitalizzazione.

Il ministero dell’istruzione procede (di) piano (in) piano

un floppy disc da 5 pollici e un quarto.

Archeologia: un floppy disc da 5 pollici e un quarto. Foto di Andreas Frank

Uno dei primi piani per l’introduzione delle ICT (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) nella scuola è del 1985, rivolto in pratica solo agli insegnanti di educazione tecnica e di matematica. Di quel piano ricordo ancora con affetto i Commodore 16 e i giganteschi Olivetti con monitor ridicoli e floppy da 5¼ pollici.
A distanza di vent’anni, e altri due piani nazionali che – tra le altre cose – hanno introdotto i blindatissimi laboratori di informatica, nel 2007 si arriva al Piano nazionale scuola digitale che invece vuole:

modificare gli ambienti di apprendimento attraverso l’integrazione delle tecnologie nella didattica. […] L’innovazione digitale rappresenta per la scuola l’opportunità di superare il concetto tradizionale di classe, per creare uno spazio di apprendimento aperto sul mondo nel quale costruire il senso di cittadinanza e realizzare “una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva”, le tre priorità di Europa 2020.

 

Per ottenere questo scopo sono previste (e già parzialmente avviate) quattro iniziative: il Piano LIM, per dotare le classi di lavagne interattive multimediali; la cl@sse 2.0, per attrezzare di tutto punto e ripensare la didattica in qualche decina di classi-pilota; la scuol@ 2.0, che estende all’istituto scolastico la sperimentazione delle cl@ssi 2.0; infine il progetto Editoria digitale scolastica, per testare più o meno innovativi prodotti editoriali digitali nelle scuole pilota.

Quali investimenti

Il rapporto dell’OCSE ci racconta che, per i quattro anni scolastici 2007-2011, il governo centrale ha finanziato il Piano nazionale scuola digitale con circa 120 milioni di euro, quindi circa 30 milioni per anno. Questa cifra rappresenta meno dello 0,1% del bilancio annuale del Ministero per la scuola primaria e secondaria di ogni grado e appena 5 euro per ciascuno studente.

Quali risultati

70.000 LIM per 104 milioni di euro

Library media teacher using the interactive whiteboard to help her students learn to use DISCUS, an online research portal.

Una classe di giovanissimi davanti alla LIM.

Il Piano LIM è la voce di spesa che ha incamerato buona parte del malloppo: 104 milioni di euro (91 per acquistare i dispositivi, 13 per formare i docenti). In media una lavagna e il relativo computer ci sono costati circa 1.600 euro, e  attualmente sono circa 70.000 le LIM nelle scuole (su un totale di 322.000 classi).
In alcuni casi le LIM sono relegate in aule dedicate alla multimedialità (un po’ come negli antichi laboratori di informatica di cui si diceva poco sopra); in altri più fortunati casi sono parte dell’arredo della classe.
Le lavagne interattive sono uno strumento che gli insegnanti sembrano apprezzare, probabilmente – ma non solo – anche per la capacità di questo strumento di mimare la vecchia lavagna nera. (La Pearson ha pubblicato i risultati di una indagine sull’uso della LIM in una bella infografica).
Il rapporto dell’OCSE consiglia di puntare ancora sulle LIM, ma di valutare anche l’accoppiata PC + proiettore, dispositivo più economico e in grado di svolgere, almeno in parte, i compiti della LIM.

416 cl@assi 2.0. Lo 0,13% del totale

Ora guardiamo a qualcosa di più innovativo: le cl@ssi 2.0. Diventare una cl@sse 2.0 non è impresa da poco: un bando ha assegnato i quasi 9 milioni di euro di budget (nel biennio 2009-2010) e ha destinato 30.000 euro (nel 2009) o 15.000 (l’anno successivo) a ciascun vincitore per allestire una vera e propria classe digitale: LIM, tablet o laptop, connessioni, arredamento coerente con il nuovo ambiente.
Attualmente 416 classi sono cl@ssi 2.0  (vale a dire lo 0,13% di tutte le classi). I circa 10.000 studenti coinvolti nel progetto usano in media la dotazione digitale per 2-3 ore al giorno e in quasi tutte le situazioni i computer sono usati per somministrare i test in parte o del tutto.
Come funzionano le cl@ssi 2.0? L’agenzia governativa che si occupa di innovazione educativa, INDIRE, ha un discreto catalogo delle esperienze della sperimentazione.
Il limite delle cl@ssi 2.0? La loro condizione di isola tecnologica in un oceano analogico. Proprio per questo l’OCSE consiglia inascoltata – nel 2014 ci saranno altre 2.600 cl@ssi 2.0- di non finanziare più questa azione e di concentrarsi sulla scuol@ 2.0.

Scuol@ 2.0: quattordici in tutta Italia

Una scuola completamente formata da cl@ssi 2.0 e con un’organizzazione di istituto adeguata al cambiamento digitale è una scuol@ 2.0. Nel 2012-2013, sono state 14 le scuole a vincere il bando di finanziamento, e altre 15 dovrebbero partire l’anno prossimo. Ogni scuola ha ricevuto 250.000 euro per investire in tecnologia, per un totale di 3,75 milioni di euro.
Per capire come funziona una scuola 2.0 mi sembra utile – anche se banale perché arcinoto – rimandare al progetto Impara digitale e al suo Primo meeting della scuola digitale. Però, prima di guardare i due video, leggete il post di Sergio Calderale sul Tropico del Libro, in particolare l’intervista a Alberto Zanini, che di scuola digitale ne sa qualcosa.

Una brutta notizia per le famiglie: non risparmieranno

Uno dei cavalli di battaglia del passaggio della scuola dalla “tradizione” al digitale è il costo eccessivo dei libri di testo che con il digitale diverrebbero magicamente gratuiti. Anche se quest’idea è molto probabilmente errata, facciamo finta che non ci sia più bisogno di libri di testo e che i contenuti digitali arrivino gratis sui tablet degli studenti.

Techno-trash

I prodotti elettronici invecchiano in fretta e bisogna cambiarli.

Quali spese rimangono? L’acquisto dei dispositivi – e abbiamo visto che per digitalizzare lo 0,13% delle classi italiane abbiamo speso 9 milioni di euro – la loro manutenzione, e l’obsolescenza (il tablet acquistato oggi non sarà più utilizzabile tra qualche anno, sia per l’usura sia perché superato da altri modelli) e le spese per la connettività.

Sembra banale ricordarlo, ma se aumenta l’uso della tecnologia digitale nelle scuole, allora c’è bisogno anche di offrire accesso alla rete. La larghezza di banda è un problema, forse è il primo dei problemi, a meno che ai piani alti non stiano decidendo di scaricare il costo di connessione sulle famiglie.

Lo stesso discorso vale per l’acquisto e la manutenzione. Le strade non sono molte: o paga lo Stato (e quindi tutti i contribuenti) oppure pagano i singoli contribuenti. Il comunicato stampa del MIUR è abbastanza esplicito:

si riducono i tetti di spesa entro cui il Collegio dei docenti deve mantenere il costo complessivo dei testi adottati. La riduzione […] è del 20%. Ma nel caso in cui l’intera dotazione libraria sia composta esclusivamente da libri in versione digitale la […] riduzione […] arriva fino al 30%. […] I risparmi ottenuti potranno essere utilizzati dalle scuole per dotare gli studenti dei supporti tecnologici necessari (tablet, PC/portatili) ad utilizzare al meglio i contenuti digitali per la didattica e l’apprendimento.

 

La strada è perlomeno una compartecipazione delle famiglia alla spesa. Le famiglie quindi, con buona pace della propaganda, non spenderanno meno per i libri, perché gli eventuali risparmi saranno incamerati dalle scuole per acquistare i dispositivi.

Oltre i numeri

Ora che sappiamo qualcosa di più sulla situazione della scuola digitale, sugli investimenti modesti che stridono con i proclami pubblici e con le preoccupazioni dei catastrofisti, possiamo chiederci che fare. La risposta sembra ovvia: pigiare l’acceleratore e andare spediti verso il futuro. Ma perché? Ci sono prove che l’apprendimento digitale migliori le performance degli studenti? Ci sono teorie a fondamento delle buone pratiche che si vanno diffondendo, oppure il tutto si basa sull’ideologia che vuole vedere, ancora una volta, la tecnologia come forza autonoma e portatrice di progresso?

Per ottenere qualche risposta abbiamo consultato un barbuto oracolo di Treviri, ma questa è materia per un altro post!

Per saperne di più

Rapporto OCSE/OECD: Avvisati, F. et al. (2013), “Review of the Italian Strategy
for Digital Schools”, OECD Education Working Papers, No. 90, OECD Publishing.
Il rapporto è una fonte notevolissima di informazioni. Ho cercato di riportarne qualcuna in questo post, ma il report non si ferma qui. Per esempio è interessante leggere l’analisi comparata del caso italiano con le esperienze francesi, norvegesi e coreane. Oppure leggere come l’OCSE raccomandi investimenti in ricerca (per esempio finanziando gruppi di studio) per fare teoria dell’insegnamento con i nuovi media.

 

4 Comments

 

  1. 18 aprile 2013  11:23 by marco

    Sull'opportunità e i motivi dell'introduzione (e l'integrazione) delle tecnologie a scuola se ne parla già da tempo (mi scuso se mi linko, ma gran parte dei miei post si riferiscono ad articoli altrui, come questo: http://leggoergosum.wordpress.com/2013/01/05/la-tecnologia-ha-qualcosa-da-insegnarci/) non va fatta per ideologia, ma semplicemente perché la semplice ragione individuata dal sociologo Escotet:
    “Rinunciare all’uso della tecnologia nel sistema educativo avrebbe senso in una società che rinuncia completamente alla tecnologia in ogni altro settore, dato che l’educazione è un mezzo per preparare l’inserimento nella vita sociale” (mi rilinko per non ripetere cose già scritte mesi fa: http://leggoergosum.wordpress.com/2012/09/14/una-scuola-senza-carta-per-ora-solo-quella-igienica/)

  2. 18 aprile 2013  11:24 by marco

    Chiedo scusa per la sintassi sconclusionata del commento precedente, ma non ho tempo di editare.

  3. 18 aprile 2013  13:45 by Alessandro M.

    Il commento di Marco sembra stringato ma non lo è affatto, e consiglio a tutti la lettura dei suoi due post (e in generale del suo blog, postazione avanzata di osservazione sulla scuola digitale).
    In effetti ciò che mi preme nel rilanciare la discussione intorno a questi temi non è riperpetuare la dicotomia a apocalittici vs integrati. Non è più il tempo, davvero. Piuttosto, in sintonia con la linea editoriale di questo blog e del composito gruppo di lavoro che gli sta dietro, vorrei provare ad analizzare miti e narrazioni mainstream, che vedono nelle tecnologie la panacea per risolvere i disastri. Le tecnologie, già, ma quali tecnologie? Spesso dimentichiamo che anche la stampa tipografica è una tecnologia che peraltro ha raggiunto un discreto grado di perfezione negli ultimi secoli. Ovvio, quindi, che anche la scuola non possa decidere in modo solipsistico di rinunciare alle tecnologie.
    La parte interessante della questione semmai, come bene argomenta Marconato nel tuo primo post, ha a che fare con la pedagogia e non con la tecnica.
    Investimenti miliardari (in euro) saranno necessari per portare le tecnologie digitali nelle scuole. Per fare che cosa? Come potranno essere indirizzate per renderle veramente utili? Qui sta il nocciolo del problema.
    Però, mi si consenta di essere retrò, è necessario una critica dell'ideologia digitale che faccia chiarezza sulla non neutralità dei cambiamenti epocali nei quali ci troviamo immersi. È quello che con umiltà proviamo a fare su queste pagine.

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