Figurine retoriche, collezionale tutte! – I parte –

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Le figure retoriche ricordano i tempi lontani della scuola, quando il professore ci introduceva all’arte “del parlar bene” (la retorica) e probabilmente molti sono lieti di non doverle più scovare nell’enorme allegoria della Divina Commedia. Ma… se volete essere aspiranti scrittori, oltre al bulino, all’ascia e alla lima, vi può essere utile un uso consapevole degli artifizi o dettagli che rendono la scrittura capace di comunicare. Cechov diceva: Non dirmi che la luna splende, mostrami il riflesso della sua luce nel vetro infranto. Queste parole racchiudono uno dei segreti della scrittura efficace: non dice, ma mostra. La narrazione non è un verbale e per mostrare emozioni, fatti, stati d’animo esistono delle forme espressive da attingere all’antica arte del dire, che non per forza è noiosa e così antica.


Vi dico che non è vero che sono inutili orpelli da letterati pedanti; sono piuttosto la sponda di un torrente, mentre cercate di non affogare nelle insidie della lingua. Vi dico che le figure retoriche, se usate con consapevolezza, daranno a certi capoversi il profilo croccante di una scrittura incisiva. Vi dico che potrebbero essere chiavi di volta per dare enfasi e restituire significati alla narrazione.


Iniziamo a presentarne qualcuna partendo proprio da questo breve testo. In poche righe ho usato tre differenti figure retoriche, e sebbene non basteranno – di certo – a renderlo degno del Sommo Poeta, aiutano a trattenere alcune immagini con l’effetto di ricordare meglio il senso del discorso.
Cercare le figure retoriche tra le righe è un buon esercizio con un retrogusto liceale, ma prima facciamo le presentazioni!


#Anafora 

L’anàfora (dal greco “ripresa”) consiste nella ripetizione di una parola o un’espressione all’inizio di frasi successive, in modo da rendere più forte l’espressione stessa e aumentarne il peso evocativo. Su quelle ripetizioni continue, l’occhio del lettore inconsciamente tenderà a posarsi. Tra le figure retoriche è forse la più semplice da costruire, perché con un’abile scorciatoia diventa un evidenziatore invisibile per quei pensieri su cui vogliamo si posi lo sguardo.


Pensai ai passi furtivi di W K degli Y su soffici tappeti di appartamenti di diplomatici americani, al suono sordo delle sue scarpe col tacco che cadevano a terra dal letto inaugurando l’ennesimo tradimento, e alle sue chiome incontenibili che avevano dispensato vampate di Opium ai cuscini di giovani attori del cinema. Pensai alla lama affilata dei pettegolezzi che aveva tormentato J X-Z. Pensai che certe donne sono capaci di ingannare a lungo il proprio uomo, senza mai abbandonarlo, finché lui potrebbe ancora farsi una ragione della loro scomparsa…
Da “Baci Scagliati Altrove” di Sandro Veronesi


ico_light_bulb_2Nota bene

Non basta reiterare una parola a inizio frase per dare importanza a un concetto, perché da quei capoversi il lettore si aspetta molto. Non basta accendere una fila di faretti che illuminano la polvere per far credere che sia polvere di stelle. Le anafore fanno salire il tono della narrazione solo se quel che stanno per presentare è un pensiero significativo, da scandagliare bene, ribadendo al lettore che: – sì, proprio quando comincio da lì, a ogni ripetizione, ti sto urlando che… -.


 

#Analogia

L’analogia (dal greco: “proporzione”) accosta due immagini, situazioni, oggetti lontani in superficie secondo logica e sintassi, ma legati, tanto che leggendoli in relazione tra loro percepiamo ciò che lo scrittore voleva esprimere. Gli scrittori e i poeti (l’analogia è  usata soprattutto nel componimento in versi, proprio per la sua capacità fulminea di creare una sensazione) riescono a comunicare al lettore in maniera immediata, usando sapientemente l’analogia.

 

Ciò che di me sapeste
non fu che la scialbatura,
la tonaca che riveste
la nostra umana ventura…

Dalla lirica “Ciò che di me sapeste” di Eugenio Montale

 

L’immagine dell’intonaco, di quella prima mano che si passa sulle pareti – la scialbatura – rende visivamente l’idea che lo scrittore voleva trasmettere e lo fa naturalmente.
Quando l’analogia si appoggia a particelle correlative (come, così…) che la anticipano, viene definita similitudine.

 

Invano il sognatore rovista nei suoi vecchi sogni, come fra la cenere, cercandovi una piccola scintilla per soffiarci sopra e riscaldare con il fuoco rinnovato il proprio cuore freddo, e far risorgere ciò che prima gli era così caro, che commuoveva la sua anima, che gli faceva ribollire il sangue, da strappargli le lacrime dagli occhi, così ingannandolo meravigliosamente.

Da “Le notti bianche” di Fëdor Dostoevskij


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Nota bene

Con le analogie è facile cadere nel banale!
Se per far capire che il vostro personaggio è triste, usate un’analogia maldestra come questa: ”guardando le ombre sul giardino si sentì come un salice piangente” (chiedo venia per la banalità dell’esempio), o il vostro testo ha una sola caduta di stile – ed è questa! – oppure difficilmente renderà l’idea dell’emozione. Solitamente, più sono distanti per logica due oggetti messi in correlazione, maggiore sarà la loro forza comunicativa.



#Sinestesia

Vi dico già che questa è una delle mie figure retoriche preferite e per nulla semplice da costruire.
La
sinestesia (dal greco, “sensazione simultanea”) consiste nel trasferire un significato da una all’altra zona sensoriale simultaneamente. Il nostro cervello impara per associazioni di immagini e percezioni (il sempre eterno mito platonico della caverna), per cui va da sé che coinvolgere due delle nostre aree sensoriali, restituirà con maggiore impatto al lettore la sensazione espressa a parole.

Usiamo più sinestesie di quante immaginiamo: rosso fuoco, colore caldo, grido amaro, lacrime salate… e in poesia è facile e gradevole trovarle.

 

Il silenzio infinito
più lungo dei tramonti
ti lasciò nella vana
memoria della sera.
E nell’odore biondo
del suono fu leggera
la luna schiusa al mondo
una porta lontana.

“Sembianza” di Alfonso Gatto


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Nota bene
 In questo esempio la parola odore richiama la percezione olfattiva, biondo quella visiva. Esercitarsi a descrivere un elemento del racconto tramite l’accostarsi di più richiami sensoriali può affinare sottili capacità di comunicazione della parola.


Se è vero che i dettagli fanno la differenza, una sinestesia potrebbe essere un gran bel dettaglio che regalate al vostro testo, insieme a un editing curato da professionisti del settore.

 

 

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