Io, la Follia, celebro te: Alda Merini

murales di Os Gemeos and Aryz, Urban Forms Gallery a Lodz, Polonia

 

Espressioni vive, un corpo trasparente regalato a lettori come voyeurs chinati sulle viscere di Alda Merini; parole che non si raccontano in una recensione; ogni respiro interpretativo sarebbe manchevole, un piccolo sopruso.
Parole di una folle, oppure sono io – mi chiamaste Follia – e dettai discorsi alle sue mani generose. Giudicate voi dall’alto della vostra presunta ragionevolezza; io per definizione non conosco il senno e al massimo posso tessere un umile elogio, predato e inciso nell’infatuazione per queste parole nostre, che non sono mai state immiscibili: io fui l’artefice, lei la vittima e la penna, allo stesso tempo.

Delirio amoroso

L’uomo, per denaro, ucciderebbe il proprio simile. Caino non è morto, e Abele continua a soffrire. Ecco la mia storia. Il diario finisce qui. Se non mi aiutano impazzirò di certo. Anzi, sono già folle.

 

Così non comincia. Così si conclude – in un proclama tra mistica e lucida profezia – un libro drammatico e sapiente, Delirio amoroso di Alda Merini (Frassinelli editore).
Non troverete le ragioni sregolate di una pazza e nemmeno le farneticazioni di una donna innamorata, non ci saranno guaìti; tra le pagine vive luminosa sapienza e Tutti i miei libri sono collegati alla malattia mentale. Tramite tutti i suoi testi, Io sono arrivata a voi, nonostante i disperati tentativi di relegarmi a mera questione di psichiatria.

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F come Follia

L’uomo ha inventato i dizionari anche per declinare Me.
Avete fatto ordine tra i lemmi, catalogando ogni significato e con questa impresa (a dire il vero poco umana) vi siete assicurati che le parole, una volta trasposte su culture ereditate, fossero immutabili e chiare alla mente.
Credeteci ai vostri artifizi, perché se la Treccani declina follia come: “termine non tecnico usato genericamente per indicare uno stato di alienazione mentale”, allora quella e solo quella – per voi – è la mia identità.

Quella e solo quella sono io?

Perché vi faccio paura sono nati i manicomi; nelle stanze di un sanatorio apparve Caino e morì Abele.
Io, la follia, appartenevo ad Alda Merini e che sia un manicomio, o un ospedale, andavo relegata in quanto stato alienante, errore della mente.
O forse la verità è che non vedete come quei manicomi – deliri d’onnipotenza dei sani – si cristallizzarono immoti di fronte alla parola di Alda Merini.
Aprendo il suo diario potrebbe accadervi di strappare una pagina di dizionario in un gesto quanto mai insano e sconfessarla pubblicamente come mendace, micragnosa e abietta.

In primo luogo osservate con quanta previdenza la natura, madre e artefice del genere umano, ebbe cura di spargere dappertutto un pizzico di follia. Se, infatti, secondo la definizione stoica, la saggezza consiste solo nel farsi guidare dalla ragione, mentre, al contrario, la follia consiste nel farsi trascinare dalle passioni, perché la vita umana non fosse del tutto improntata a malinconica severità, Giove infuse nell’uomo molta più passione che ragione: pressa poco nella proporzione di mezz’oncia ad un asse.
Dall’ Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam

Berlino
opera dello street artist Blu

ho radici profonde nella vostra cultura

I miei misteri sono stati indagati e classificati fin dall’antichità e mi avete dato tantissimi nomi: morìa, stultitia, mal sacro… la divina possessione della mente che sgorga nell’insania dell’individuo. Mi avete attribuito capacità divinatorie per convincervi che fosse il divino a guidare me e ogni conoscenza. Quello che porto in dono non è mai stato accolto senza ombre, e nell’atto stesso di immergersi nella sapienza degli dei, Cassandra divenne portatrice di cattivi presagi; nel momento in cui i serpenti sacri la lambirono apparve il germe della paura comune; invìsa da molti, portò con sé la mia veggenza e non le avete creduto.

Non fu sufficiente rinchiudermi nelle menti degli oracoli, perché vi accorgeste che passavo nelle vostre vite ogni qual volta un palpito d’amore le lambiva; come tutti i gorghi dell’anima anche l’eros si erge su radici che la mente cum ratio non sa spiegare; la perdizione a cui va incontro l’innamorato, nelle vostre bocche, diventò “delirio amoroso”.

Ecco dove l’intero discorso viene a toccare la quarta specie di delirio: quello per cui quando uno, alla vista della bellezza, riandando col ricordo alla bellezza vera, mette le ali, e di nuovo pennuto e agognante di volare, ma impotente a farlo, come uccello fissi l’altezza e trascuri le cose terrene, offre motivo d’essere ritenuto uscito di senno.
Dal Fedro di Platone.

 

Lungo questa doxa (pensiero e linguaggio comune), attraverso la storia, non avete fatto altro che oltraggiarmi; avete marchiato a fuoco il mio nome sulla corona di Giovanna di Castiglia e Aragona, Giovanna la pazza. Iprimi furono gli uomini della sua vita: il padre, il figlio, e la causa del suo delirio, l’uomo per cui divenne la donna disperata e l’inaccettabile regina.

La regina era pazza… Dopo la morte di Filippo il Bello, tutte le sere faceva aprire la bara, e ne baciava il cadavere.
Da La pergamena della seduzione di Gioconda Belli

 

La mia è una storia dai molteplici volti; è l’amore e follia di Giovanna, la saggezza e chiaroveggenza di Cassandra, il fuoco delle streghe. La mia unica colpa è stata quella di essere troppo simile al divino e la mia storia è racchiusa nel sapore allappato delle parole acerbe di Alda Merini.

Difficile che gli uomini possano muovere il cielo, ma a volte si servono degli indovini per questo. Per via di calderoni di serpi e delle streghe fui mandata lontano dalla mia vecchia patria, dove non conobbi più nulla. Fui sotterrata in psichiatria.

venise-beach

En passant par Pompidou avec mes sabots

 

Una società, quella dei navigli milanesi, la nostra, che crede di aver trovato il modo per cancellare l’errore in ogni sua forma; l’emarginazione degli algoritmi difettosi.
Mi avete bruciata nei roghi, e oggi mi imprigionate nei manicomi; i luoghi del dileggio, la mistificazione di ogni credibilità, l’annichilimento dell’ἀρετή, del valore umano come dono; una gabbia per lebbrosi dell’anima; semplicemente nuovi lager dove si celebra lo scempio del folle.

La perversione lirica del poeta

Chi intende individuare un che di perverso nella costruzione della poesia sbaglia. È invece da individuarsi un tessuto umano altamente tragico che ha fatalmente deviato il corso della storia individuale. E questo è il tenore storico della mia vita e di tutte le esistenze devianti che trovano il loro riscatto nella parola…

 

Navigli, Milano ritratto di Alda Merini

Navigli, Milano
ritratto di Alda Merini

Alda Merini non è uscita dalle porte di Villa Turro a Milano o successivamente dal Paolo Pini di Taranto distrutta a causa di un’incurabile patologia mentale. Non sono stata io il tumore che l’ha sconquassata. Hanno deciso di deflagrarle l’anima per assopire la mente; una mente troppo invasata di passione, scabrosa e nuda; era necessario zittire le sue parole, quel brulichio marcescente che infettava la forma stantìa del perbenismo freddo di un’epoca; di ogni epoca.
Alda Merini è entrata in quel luogo da donna, persona e poetessa e io l’ho vestita con i drappi delle Muse. Ci siamo bisbigliate parole per sopportare quel luogo, parole per sopportare la vita fuori da quel luogo; le stesse parole che voi fissate nelle sue pagine.

E la paura è nell’animo umano come un deserto. Si avviò così un processo di decadimento e retrocessione della mia personalità poetica. L’IO si dissolse in tanti piccoli frammenti difficilmente riunibili se non tramite l’analisi.

 

Si sono sbagliati psichiatri, dottori, infermieri e aguzzini indottrinati e in quell’errore sta forse la loro pretesa di cura; la poesia di Alda Merini non si addormentò nemmeno quando inaridì, trascurata nelle ombre del manicomio.

… dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita.

Londra
opera dello street artist Blu

 

Con voce dolorosa lei mi raccontò, mi plasmò attraverso le parole del delirio fino a quando il peso di avermi accanto fu insostenibile e tornò dentro quei manicomi, così come il sofferente torna a cercare la fonte della sua pena per riconoscersi o per trovare un posto in cui almeno potersi definire “perduto”; così come l’innamorato lascia che cadano dalle sue mani con un potente tonfo gli scudi della protezione e cede al trasporto. Così sei…

un cane che annaspa nell’acqua cerchi invano di raggiungere una riva che non esiste, la riva che ha nome Amare ed Essere Amato, e finisci neutralizzato deriso deluso.
Da Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci

 

Alda Merini riconosce il suo bipolarismo mentale e tenta di guarirlo tornando e ritornando alla meticolosa vivisezione praticata dalla psicoanalisi.

Fui trainata là, ricordo, da qualcosa. Come da un’istanza precisa. L’istanza di un capoverso che ti obbliga ad andare a capo mi aveva tradotto in quell’orrenda psichiatria.

 

Una nuova Cassandra, scelta dal divino per la transustanziazione dell’ostia domenicale: il sopravvento incontrovertibile del duro crogiolo di Dio.

questo crogiolo operò nella mia mente e questo forse fu lo sfinimento maggiore, al di là dei tormenti fisici e mentali. O forse fu questo dolore ancor più alto di tutti a salvarmi.

Come l’ho salvata?

Che cosa volete saperne voi che fugate il dolore e lo definite malattia…

Dovremmo invece parlare di iniziazione al dolore, perché il dolore inizia in modo straordinario a ogni tipo di conoscenza.

 

Esiste un dolore antico per tutti, una ricerca di significato che rende pazzi; il sano di mente lo traduce e lo espone alla scienza e l’innamorato diventa la vittima sacrificale. L’uomo allontana il profondo, teme di essere trasformato in statua di sale, perchè sa che si volterà e lì, davanti ai suoi occhi, oltre alle motivazioni che guidano l’auriga della mente, ci sarano gli strati sotterranei dell’anima.

[…] ma dovessi tu mancare di conservare il tuo regno
e, come tuo padre prima di te, giungere
dove il pensiero accusa e il sentimento irride
credi al tuo dolore…
Da The sea and the mirror, un commento su “The Tempest” di Shakespeare, di W. H. Auden

 

scaldo in un abbraccio di follia

Nel delirio della Merini si schiudono tutte le forme della follia, anche la passione amorosa per il poeta Michele Pierri; un amore che lei stessa definisce al di fuori dei sensi e oltre i sensi. Una passione che diventa patologia da curare, solamente perché resiste accanita oltre la morte.

Lo cercherò per nudi sentieri. Lo cercherò oltre la morte, oltre i paradisi perduti. Io so dove abita: è entrato in simbiosi con la mia mente.
… Se capissi che è morto perderei del tutto il senno mentre io, quando mi scaldo in un abbraccio di follia, non mi arrendo. E questo è il mio dolore.

San Francisco
opera di Clarion Alley, a Mission District

 

Il secondo internamento doveva guarirla dal velenifico rifiuto della morte dell’uomo che amò in tutte le sue debolezze, perché ogni poeta è un debole e un pavido e un coraggioso.
Quanto squilibrio provenisse dallo stato di bramosia d’amore non saprei distinguerlo da quanto fosse già in germoglio dentro di lei, perché io non mi sono mai chiesta come vi ero entrata nella sua vita e quali eventi mi avevano nutrita; questo se lo chiedevano i medici, mentre la gente lanciava sassi lungo navigli struggenti come una lacrima. Il mondo al di fuori di noi due si faceva domande e ti mostrava disprezzo; io ti ho dettato parole e le parole sono siepi verdi e alte dove si acquattano gli onesti cerbiatti.

La porta chiusa che si vuole aprire sulle insufficienze, sul mistero, sulla grande mitologia greca entro cui Saffo cantò la sua solitudine e il suo desiderio d’amore, rimane eternamente sconfitta e nell’assurda violenza dei dieci tentacoli d’amore io sono perdente, perennemente perdente.

conobbi la sua anima

Lo cercò il filo della ragione, quella matassa che ci ingroviglia, ma il gomitolo diventò un orrore di filamenti sgraziati e rimase l’ecchimosi dell’anima che nitrisce, annichilita e addormentata sul guanciale del plesso solare.

Berlino
opera dello street artist Blu

L’anima è quella cosa nascosta che sa di sudaticcio, che opprime e comprime e che di solito non si rallegra. Si torce e si dispera.

 

L’animo del folle spaventa.
Noi, la loro saggezza abbiamo smesso di interrogarla dai tempi di Tiresia; alle ali agognanti di volare, non crediamo più; alle muse ispiratrici dell’arte, solo gli artisti recano ancora doni.
Noi rinchiudemmo nella psichiatria milanese il delirio, non perché pericoloso e maleodorante, ma perché è il concetto di libertà dell’uomo portato alla sua massima esasperazione.

dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita.
Da “La pazza della porta accanto” di Alda Merini

 

Lei mi aprì la porta e di fronte a quell’abbandono la ricompensai donandole la poesia.
Nessuno mi crederà, ma attraverso l’arte – dura sostanza da percorrere in silenzio – ho rivelato a lei, come a Cassandra, la potenza della vita e della parola.

Perché l’ho condotta negli abissi?

Perché lì lo sguardo non può che volgersi alle stelle e Alda Merini, dentro quegli abissi, ha partorito l’altezza di versi indimenticabili.

Alda Merini (21 Marzo 1931, 1° novembre 2009, Milano)

[…] Ma se mi domandano
dove traggono origine i miei versi,
io rispondo:
mi basta un’immersione nell’anima
e vedo l’universo.
Tutti mi guardano con occhi spietati,
non conoscono i nomi delle mie scritte sui muri
e non sanno che sono firme degli angeli
per celebrare le lacrime che ho versato per te.
– Il bacio – tratto dalla raccolta “Rasoi di seta” di Alda Merini

 

Dal rifugio delle vostre menti sane, datemi ascolto e fuggite le definizioni, avvicinatevi al suo diario con gratitudine e occhi desiderosi di abbracciarla; commuovetevi per quel grembo che ha generato infiniti fantasmi di parole.

Il mio elogio si conclude e di sicuro somiglia all’urlo del pazzo, riecheggia sgraziato tra le righe di un valtzer a quattro mani.

 

 

One Response

  1. Alessandro Miglio 28 marzo 2014

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