Il poeta non nasce, nasce due volte

La poesia non è un’arte che si impara o si offre in divenire.
Certo, nessuna creatura vive duplici occasioni di vita, ma la seconda nascita – quella poetica – avviene percorrendo i giorni al contrario, in un tempo inverso – quanto mai improbabile – che riporta al fanciullo e molto oltre, alla vigilia del mondo. Quando non c’era che la nebulosa celeste da cui veniamo.
I versi vanno rovistando all’origine delle cose; i versi ci rovistano dentro.
Il poeta indaga nel tessuto umano della realtà e scava fino a trovare la parola che risponda, in maniera sorprendente, colori ombre e incanti.

tumblr_mxedvhwia21qamr8do5_500

Il poeta e la cometa Ison

La ri-nascita del poeta accade sulla sostanza ghiacciata dei giorni, lì vive una disarmonia con il mondo che è nucleo e confine; il “passato” si confonde con il “principio”, e le domande remote si spogliano del veleno. Una confusione simile tra confine ed essenza appartiene ai versi e alle comete; la loro massa interna è acqua allo stato solido, ghiaccio sospinto su orbite ellittiche verso il Sole, sublima e disperde nello spazio gran parte di sé, generando una coda luminosa di gas senza intermezzi liquidi. Di quella morte celeste, noi, vediamo solo lo scintillìo.
La parola nelle mani dei poeti può gridare, denunciare, piangere e forse anche ridere. E poi ancora, richiamare immagini e pensieri; intere filosofie sono chiuse in un minuscolo verso.
Non so dirvi come, ma ci riesce.

Che gran vigilia il mondo!
Nulla era fatto.
Né materia, né numeri.
né astri, né secoli, nulla.
… Come è ingenuo credere
che fu il passato di altri
e in altro tempo, oramai
irrevocabile, sempre!
No, il passato era nostro:
e nemmeno aveva nome.
Potevamo chiamarlo
a nostro piacere: stella,
colibrì, teorema, invece che “passato”;
togliergli il suo veleno.
Pedro Salinas

 

L’origine e il maladjustement

img_2396Il poeta percepisce uno stato di inadattamento al mondo e di quella ragione di infelicità si alimenta l’urgenza dei versi. Il pugno chiuso che regge la penna è l’arma con cui entrare nel maladjustement e cercare una verità che solo in apparenza è soggettiva; perchè le parole cantano ciò che unisce l’uomo agli altri uomini, senza rinnegare ciò che lo disunisce, lo rende unico e un po’ più solo. I poeti sono avvezzi alle voci che abitano la disarmonia ed è proprio lì che ascoltano cosa hanno davvero da dire le parole. Uomini e donne che tentano di chiudere il cerchio di qualche significato e lo vanno cercando in quel luogo che possiede la giusta intensità e identità di ogni termine. La poesia è la sfumatura del pensiero diventato inobliabile.

Avendo sentito fin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circondava, la materia della mia ispirazione non poteva essere che quella disarmonia. Non nego che il fascismo dapprima, la guerra più tardi, e la guerra civile più tardi ancora mi abbiano reso infelice; tuttavia esistevano in me ragioni di infelicità che andavano molto al di al di fuori di questi fenomeni. Ritengo si tratti di un inadattamento, di maladjustement psicologico e morale che è proprio a tutte le nature a sfondo introspettivo, cioè a tutte le nature poetiche.
Eugenio Montale

L’umanità e la colpa

I versi cantano l’anima esultante o soffocata, raccontano l’umanità nelle sue ombre affannate, osservando lo strato di umana colpa che la avvicina agli occhi di Edipo, il re sgomento davanti alla verità, reo e inconsapevole d’aver ucciso il padre ed essersi congiunto con la madre.
La poesia vede la peste a Tebe e va domandando quale colpa ebbe Edipo, se non quella di cercare con le mani sporche dell’uomo la verità e una felicità, che in un attimo è simulacro che si squaglia.

Generazioni umane.
Uguali a tutte e tutte uguali a nulla!
Viventi che non vivono: tali vi vedo.
Ci fu, ci sarà mai
nel sentirsi felice di un qualcuno
altro che un simulacro,
lo tocchi appena e si squaglia?
Sofocle

PIC-611-1341080975

Il dolore e la stanchezza delle cose

La poesia è ricerca di perdono. E purezza.
Percepisce la stanchezza delle cose disgiunte dal loro significato; i simboli e le architetture, che usiamo per fornire alla nostra ragione rappresentazioni, appaiono fragili nei versi, sondabili dall’animo e dalla parola.
Va nell’intimo, giocherellando con i grovigli dolorosi e svolge le parole come nastri legati ai due poli che delimitano l’esistenza umana, un dentro e un fuori talmente radicati nella nostra vita, da aver dimenticato l’idea di un tutto.

Le poesie non pretendono verità assolute, a volte denunciano e sono scomode, talora danno voce ai folli… sono comunque intessute nell’umanità che chiede qualcosa così, come un perdono.

Ho pena delle stelle
che brillano da tanto tempo,
da tanto tempo…
Ho pena delle stelle.

Non ci sarà una stanchezza
delle cose,
di tutte le cose,
come delle gambe o di un braccio?

Una stanchezza di esistere,
di essere,
solo di essere,
l’essere triste lume o un sorriso…

Non ci sarà dunque,
per le cose che sono,
non la morte, bensì
un’altra specie di fine,
o una grande ragione:
qualcosa così, come un perdono?
Fernando Pessoa

Lo sguardo e l’esilio

tumblr_mi4n21QnZg1rizit6o1_500

Quando cominciai a leggere poesia, maturai la convinzione che il poeta fosse una creatura “sacra”, simile agli oracoli per capacità divinatorie e lontano o allontanato dal mondo, un esule. Via via che i versi si accatastarono tra le mie letture, scoprii quanto la composizione lirica, in realtà, sia un grande discorso sull’uomo scritto nelle zone interne dell’uomo-poeta. Il suo sguardo che racconta la natura delle passioni e dei pensieri umani riflette i cento sguardi che l’han guardato tremando (cit. Alda Merini) e consola, dai solchi di ogni sussulto, palpito, affanno e pena.

Ci sono particelle di luoghi dove l’animo raro improvvisamente esulta. Intorno non c’è che spazio indifferente. Esso si leva dal suolo gelato, dispiega come canto la sua pelliccia per proteggere ciò che lo sconvolge, perché il freddo non lo veda.
René Char

 

Lo sguardo di Keats contiene qualcosa di duplice e remoto; le parole divergono nei significati, angoscia e desiderio si alternano nella lirica incisiva, di una grazia rara. Un’antitesi, che il poeta “il cui nome fu scritto nell’acqua” (come recita l’epitaffio sulla sua lapide), dispiega in equilibrio, come un piccolo gerride che sta sospeso sulla superficie di un lago.

Sparire, lontano, dissolvermi, e dimenticare poi
ciò che tu, tra le foglie, non hai mai conosciuto:
il languore, la malattia, l’ansia.
Qui dove gli uomini seggono e odon l’un l’altro gemere,
… dove la bellezza vede spenta la luce dallo sguardo
e il nuovo amore non riesce a struggersi oltre il domani.

Lontano! Lontano! e arrivare da te,
non portato da Bacco e dai suoi pargoli,
ma sulle invisibili ali della poesia,
anche se la mente, ottusa, si confonde e indugia:
già lì, con te, tenera è la notte,
con la sua luna regina sul trono
e le fate stellate tutt’intorno…
John Keats

Il senso della parola e il legame

tumblr_mqwqwdkvtw1r6q94do2_500Il senso della parola che sublima i confini tra le cose è una proprietà sottile, custodita nelle mani dei poeti; legare i poli della realtà per dimostrarci che niente ha confini. La percezione è fatta di simboli racchiusi in immagini con cui decifriamo le cose che accadono, e allontaniamo le ombre, perché ci sembra che non abbiano niente da raccontare, se non fantasmi. Ma i fantasmi sono nostri e il poeta li unisce, fondendo la realtà e il sogno, attraverso le analogie che ci tengono appesi al mondo.

Thomas Eliot teorizzava che uno dei fondamenti dell’ars poetica fosse proprio il “correlativo oggettivo”, la metafora che lega immagini agli antipodi, analogie divergenti tali che, quando siano dati i fatti esterni che devono avere per termine un’esperienza sensibile, l’emozione ne venga immediatamente evocata.

Il racconto poetico è ricerca del filo che, non solo, rappresenti la realtà, ma ci conceda il sollievo di una transitorietà solo apparente; poiché se riusciamo a unire le nostre piccole vite all’immutabile silenzio delle stelle, significa che anche noi siamo parte di quelle polveri e deve esistere una traccia che parli di tale segreta appartenenza. I versi riuniscono immagini, tanto più distanti, quanto più capaci di comunicare anche la verità.
La poesia, quando riesce, è quel che Brodskij definirebbe il corpo di ballo docile a un archetto invisibile delle farfalle.

il poeta d’oggi cercherà dunque di mettere a contatto immagini lontane, senza fili. […] Quando, dal contatto d’immagini, gli nascerà luce, ci sarà poesia, e tanto maggiore poesia […] quanto maggiore sarà la distanza messa a contatto. Crediamo in una logica tanto più appassionata quanto più si presenti indisolubilmente ricca di incognite.
Giuseppe Ungaretti

 

Penso a Pavese e all’irrinunciabile senso di appartenenza alla sua terra, svolto in una poetica che unisce i ricordi dell’infanzia, la storia attraversata dal singolo e l’interiorità che preme. La scrittura costruisce visioni simili a certi sogni, una realtà ricca di incognite e allo stesso tempo palpabile; così ci sembra di vedere colline di vigneti percossi da bave di vento, liquidi di terra e di donna.

Di salmastro e di terra
è il tuo sguardo. Un giorno
hai stillato di mare.
Ci sono state piante
al tuo fianco, calde,
sanno ancora di te.
L’agave e l’oleandro.
Tutto chiudi negli occhi.
Di salmastro e di terra
hai le vene, il fiato.

Bava di vento caldo,
ombre di solleone –
tutto chiudi in te.
Cesare Pavese

 

(L’analogia come strumento di rappresentazione poetica e narrativa sarà parte di uno degli incontri della nostra “Traversata di scrittura 2014”.)

La morte e il falso confine

tumblr_mqwvyb95dJ1r5mmhlo1_500

Il tema della morte è centrale nella poesia, perché lì risiede l’interrogativo dei tanti affanni patiti e spenti nel trascorrere dei giorni, inesorabili. Non c’è mistero più grande di questo per l’uomo, e nel momento in cui il pensiero vi si appoggia, smettono di essere le cose. Per quanto possiamo spingerci a comprenderla, o anche solo a figurarla, l’inesistenza rimane un confine inafferrabile. La poesia ci riflette lì, quando siamo assorti e dimentichiamo che nell’eterna corrente del tempo, i confini sono apparenti anche tra la terra e il cielo.

Certo è strano non abitare più sulla terra,
non più seguir costumi appena appresi,
alle rose e alle altre cose che hanno in sé una promessa
non dar significanza di futuro umano;
quel che eravamo in mani tanto, tanto ansiose
non esserlo più, e infine il proprio nome
abbandonarlo, come un balocco rotto…

– Ma i vivi errano, tutti,
ché troppo netto distinguono.
Si dice che gli Angeli, spesso, non sanno
se vanno tra i vivi o tra i morti. L’eterna corrente
sempre trascina con sé per i due regni ogni età,
e in entrambi la voce più forte è la sua.
Rainer Maria Rilke 

L’amore e il relitto ossificato

tumblr_mxedvhwia21qamr8do4_500Il poeta scruta l’amore, quella che tra tutte le passioni avviluppa anime, filosofie e menti. Quel sentimento pretende, dimentica le cose terrene e autoritario conduce verso un noi dove s’è nascosto il relitto incagliato del desiderio e dell’abbandono.

Voglia di spogliarsi, gettare la corazza di panno,
crollare sul letto, stringersi a ossa vive
come a uno specchio ardente, dalla cui superficie
nessun dito potrà più scrostarvi.
Iosif Brodskij

 

Non basta di certo l’alchimia tra feromoni a spiegare la tensione che ci piega verso l’altro e lascia smarriti. Un tale turbamento ha radici profonde e imponderabili; è il suono – nonchè ragione profonda – dell’uomo, quando riunisce il mare dell’anima al desiderio del corpo.

E allora c’è questo suono:
un rumore rosso di ossa,
un incollarsi di carne
e gambe, bionde come spighe, che si allacciano.
Io ascolto in mezzo al fuoco di fila dei baci,
ascolto, turbato tra respiri e singhiozzi.

Sto guardando, ascoltando,
con metà dell’anima in mare e metà dell’anima in terra
e con le due metà guardo il mondo.

E per quanto io chiuda gli occhi e mi copra interamente il cuore,
vedo cadere un’acqua sorda,
a goccioloni sordi.
È un uragano di gelatina,
uno scroscio di sperma e di meduse.
Vedo levarsi un cupo arcobaleno.
Vedo le sue acque attraversare le ossa.
Pablo Neruda

Il poeta e il primo passo

31-nicoletta-senzatitolo-2004-mart

Io non credo in quei poeti dalle cui menti, si dice, i versi prorompono già compiuti, come dee corazzate. Io so quanta vita interiore e quanto sangue rosso vivo ogni singolo verso genuino deve aver bevuto, prima di poter alzarsi in piedi e camminare da solo.
Herman Hesse

 

Quel meraviglioso “operaio del pensiero”, come lo definì Alda Merini in questa bella intervista, forgia versi con uno sforzo faticoso. La poesia nasce dentro lunghe gestazioni, che attraversano battaglie tra le parole e incursioni nella vita interiore.
Ogni parola nasce dal bisogno dell’uomo di credere che tuttavia qualcosa c’è che resta, qualcosa c’è che geme (cit. di J. L. Borges). Serbando il sogno di questo appiglio, i versi muovono i primi passi.

 

Facci sapere cosa ne pensi