“Il libraio di Selinunte” e i marosi nella rete

Certe narrazioni arrivano in una cesta trascinata dalla corrente di un mare di libri blu cobalto; arrivano, senza motivazioni apparenti, e silenziose attendono che le pagine si aprano, lasciando loro palcoscenico e voce.

978880616739GRAUna narrazione in forma di apologo, sottile, dall’aspetto rassurant, scritta da Roberto Vecchioni “il professore” di cui ricordo qualche canzone piena di poesia, e invece – lui scrittore – è andato oltre il suono, ha immaginato e descritto un mondo senza aver più le parole.

Il libraio di Selinunte” (Einaudi editore) è la favola di un luogo senza poter dire luogo,
accade un mondo di cose, sentimenti e pensieri trasformati in funzioni senza nome;
accade una maledizione senza guerra, perché nemmeno quella si può imparare più;
da quel giorno nulla più accade.

Fuor di anafora: quel giorno, la parola è morta!

La mia città non si chiama Selinunte, anzi, non si chiama proprio. Si chiamava così una volta, quando alle cose corrispondevano nomi.

 

Nicolino ricorda così Selinunte prima dell’anatema, quando lui era solo un ragazzino che viveva in questo pittoresco villaggio siciliano tra due fiumi. Bella con le sue piazze, chiese, templi greci tra palazzi arabi e normanni; in cima a distese di prezzemolo selvatico, il selinon, baciato dal sole (s-elios). Fu costruita su ordine dell’ecista Pammilos e dei suoi pensieri di eternità; non per lui e nemmeno per i figli dei suoi figli, ma per lasciare un segno: strade, ponti, piazze che sugellassero un’unica cosa, la bellezza.

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Bellezza, simmetria, armonia, misure dell’intelligenza e del cuore.

 

Gli amici lo chiamano Frullo, uno a cui gira sempre qualche pensiero per la testa e lui gli corre dietro, finendo per perdersi.
A tredici anni si vive “in un tempo fermo” perché in fondo ai bambini non gliene importa nulla delle cose che mostriamo loro come lontane, dell’istruzione tanto per istruire imbeccando parole che un giorno… un giorno serviranno. Loro vivono la realtà come i folli, le cause e le conseguenze dei fenomeni sono echi lontani, non se ne occupano perché pensano che nulla muterà mai, quel che esiste nel presente rimarrà immobile; così fanno grandi viaggi tra i pensieri come ombre fuggite da Peter Pan. La curiosità è la chiave che può farli scendere da quei voli; è il tassello mancante di conoscenza che, per natura, l’essere umano sente di dover riempire e così alloca oltre i pensieri e impara.

I pazzi, i selvaggi, i bambini hanno ancora di queste intuizioni. Io ero un bambino, e nella mia testa di bambino entrò quel libraio e non ne uscì più.

 

Era un uomo dall’aspetto sgradevole, brutto e solitario; non vendeva libri, lui li leggeva a una platea inesistente. Solo Frullo scappava ad ascoltarlo, mentre tutti a poco a poco cominciarono a respingerlo, era troppo diverso e sicuramente pazzo. Questo instillava mistero nella gente abituata a livellare tutto, persino le aritmie del cuore, poichè non c’è nulla di più rassicurante di concilianti abitudini.

È l’eccezione, lo sconvolgimento del consueto che ti mette ansia, ti rizza i nervi, ti sbulina l’animo. La più grande bellezza e l’infima bruttezza partecipano del mistero.

 

tumblr_lnq50yZzQ91qei7a7o1_500Erano tutti blu, brossure e copertine di un mare disordinato di libri blu, in bilico ogni dove e al centro della sala il libraio seduto quasi a mezz’aria che leggeva. La sua voce non raccontava storie, non le imponeva all’ascolto, così come chi le aveva scritte non lo aveva fatto per condurre a sé emozioni monocordi, il libraio restituiva le parole a se stesse.
Era una cantilena senza picchi e brusche discese… un armonioso spostarsi tra i toni dell’anima, perché il cuore è fatto di strati sovrapposti e la parola per esprimerli deve fermarsi un certo tempo, immobile tra uno e l’altro.
Frullo ritrovò bellezza e stupore ascoltando il libraio leggere perchè quei suoni avevano corpo, erano materia che conduceva dolcemente a una gioia intima. C’era qualcosa di diverso nelle parole, non erano i semplici suoni con cui indichiamo le cose: erano la sostanza stessa e indivisibile delle cose.

Ho posato la maschera e mi sono visto allo specchio…
Ero il bambino di tanti anni fa…
Non ero cambiato per niente…

È questo il vantaggio di togliere la maschera.
Si è sempre il bambino,
il passato che resta,
il bambino.
Ho posato la maschera, e me la sono rimessa.
Così è meglio.
Così sono la maschera…
La viglia di non partire mai… – F. Pessoa –

 

Una sera andò a fuoco la libreria.
Tutti i libri bruciarono e del libraio nessuno seppe più niente.
La mattina seguente il sole su Selinunte si oscurò: uno sciame traballante di libri blu stava sospeso sopra il villaggio inerme. Un omino piccolo con una piuma sul cappello si fece largo tra la folla e prese a suonare il suo piffero, conducendo lo stormo di libri, uno dopo l’altro, lentamente, dentro il mare. Soffiava un vento dolce, colmo di parole trasportate chissà dove, lontane da Selinunte per sempre.

[In] un mondo senza o con la parola si riesce a dimenticare

Per sopravvivere inventarono codici, scuole di linguistica con lo scopo di ricostruire sparuti significati per ogni circostanza. Tutto accadeva a orari prestabiliti, per ovviare all’incomunicabilità e alla mancanza di dialogo. Molti mestieri cessarono di esistere, l’amore divenne un atto di sopravvivenza della specie e nessun sentimento fu più espresso, comunicato. Le emozioni erano sepolte dentro un’intercapedine interna che somigliava alla dimensione animale del sentire, senza sfumature; c’era uno spazio vuoto tra le persone, incolmabile.

tumblr_mpa5ozLnme1qbs3ako1_500Sparirono le scuole perché nessuno avrebbe potuto imparare e si perse la memoria anche dei propri miti. Un’umanità senza memoria non ha il senso del passato, della storia con i suoi segni tangibili di bellezza, quei simboli che gli antichi avevano nel cuore e nella mente … una geografia di idee che diventavano cose. E parole.
La curiosità morì, nessuno aveva motivo di coltivarla e la comunicazione fu un susseguirsi di fraintendimenti estenuanti finchè si affievolirono anche i rapporti umani.

Per Frullo le cose erano diverse, lui era indenne al sortilegio, ma amava Primula e sentiva lo strappo di tutte le parole rimaste agglutinate dentro di lui come versi assorbiti e inutili poichè incomunicabili.
Ripensando ai libri che galleggiavano sull’acqua e alle poesie ascoltate dal libraio, prese a sognare e sognava il giorno in cui restituiremo la parola a Selinunte, spezzando il silenzio.

… tutte le parole scritte dagli uomini sono forsennato amore non corrisposto; sono un diario frettoloso e incerto che dobbiamo riempire di corsa, perché tempo ce n’è poco. Un immenso diario che teniamo per Dio, per non recarci a mani vuote all’appuntamento.

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La nostra realtà è l’antipodo di Selinunte seppur in maniera diversa.
Noi viviamo all’interno di quel mare gonfio di brossure blu; le parole si affastellano in ogni momento, ci seguono e le inseguiamo frettolosi.
Le abbiamo tutte e ne inventiamo di nuove, pur di usarle nella continua comunicazione liquida, la rete subacquea di marosi di Bauman al cui interno turbinano parole, senza spazi di risacca. Negli anfratti nascono scritture di-versi, toni e categorie, parti di un miscuglio eterogeneo di exsperimenti di scritture. Siamo nel cambiamento ma lo siamo sempre stati, scrive qui Marco Liberatore.
Nel cambiamento non bisogna cedere all’amnesia, ma dobbiamo re-i-stituire il tempo fermo, il tempo che dura la parola nel cuore. Lì nulla accade e c’è odore di infinito, di una verità visibile solo quando si placano le onde.

… niente vive così intensamente come il tempo fermo; perché non sono le persone che corrono, gli oggetti che cadono, le voci che risuonano, a fare la vita: quelle sono imitazioni inesatte della vita. La vita è una e immobile, uguale a se stessa da sempre; la vita è un’altra cosa.

 

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