Elogio dell’ignoranza – Le preoccupazioni di avere tutto a portata di “tip”

Io Ma l’ornitorinco è un mammifero?
Ari Quello con la corazza?
Io Ma no, ti confondi con l’armadillo.
Ire Secondo me, è un uccello: ha il becco!
Ale Aspettate un istante… Sto controllando su Google…

Porta socchiusa copia

Era qualche anno fa, in un cafè di Lione. Per la prima volta comparve tra i miei amici uno smartphone… Le chiacchiere da bar si avviavano verso una rapida rovina e non solo quelle!

A partire da tale infausto ricordo, “cambio genere”: invece di avventurarmi con qualche competenza in una comparazione letteraria, mi permetto una piccola riflessione* sulla contemporaneità, con l’ipotesi che – tra motori di ricerca, social network e altri strumenti veicolanti sapere – il rischio è non saper gestire tutte le informazioni e rimanerne subissati.

Non si tratta ovviamente di demonizzare i mezzi**, bensì di preoccuparsi del modo in cui sono usati e in particolare – considerando smartphone e tablet – di riflettere sulla diffusa illusione di avere tutto a portata di tip***.

Già solo la nascita dell’orribile neologismo “googlare” è un segno della distorsione nell’uso dello strumento. Avete mai sentito “Enciclopedialo!” o “Vocabolarizzalo!”? Omettere nella sintesi che il fulcro dell’azione è una ricerca pare conferire a Google la dimensione di oracolo, senza interpretazione o filtro umano.

Urgono, allora, nei confusi tempi odierni:
– da un lato, la consapevolezza socratica del “so di non sapere”, il riconoscimento che comprendere a fondo quel che si vive e si prova è assai distante dall’accumulare informazioni;
– dall’altro, la quiete e la calma derivanti dall’accettazione che non ha neppure senso conoscere tutto, se non si è in grado di godersi cotanta scienza, e che anzi spesso ha più valore mantenere un po’ di mistero, di curiosità, di stupore, di ricerca…

Provo a lanciare qualche domanda qua e là.

wikisocrate_def

Occorre conoscere ogni dettaglio?

Mi sembra palese che non si possa sapere tutto in modo esauriente, completo e approfondito.
Eppure è diffusa l’esigenza di non voler vivere nell’incertezza dei dettagli, forse perché già le fondamenta delle nostre esistenze e della società nel complesso paiono segnate dalla precarietà.
Dovremmo un po’ rassegnarci all’impossibilità di realizzare questo desiderio e un po’ renderci contro che non è neanche tanto auspicabile.

Nel libro Moby Dick e altri racconti brevi (davvero ricco di spunti e risate [edizioni Gorilla sapiens; si veda una recensione qui]) Alessandro Sesto propone uno splendido commento nel ricordare il rimpianto di Leopardi per il periodo in cui l’età delle persone non era definita, ma restava in un alone di incertezza e quasi irrilevanza:

“Leggendo assiduamente l’opera del grande di Recanati, ogni giorno maledico di non essere un Antico anche io. In mancanza di ciò poi, se non altro fossi vissuto prima di Facebook avrei potuto ignorare non dico l’età, ma almeno il mese e il giorno di nascita dei miei conoscenti.”

 

E non è fantastico che Francesco Guccini abbia mantenuto ignoti nome, età, fattezze dell’eroe che anima La locomotiva?
Troppi dettagli a volte tolgono forza all’immaginazione e distolgono dall’essenziale.

 

Come scegliere che cosa è importante?

A proposito di essenziale… Abbiamo accesso a moltissime informazioni e questo appare di certo come un vantaggio. Ma come facciamo a distinguere che cosa è vero e cosa è falso? O a capire che cosa è importante e che cosa no? Chi controlla le fonti? Chi stabilisce priorità?
libri_2Siamo carenti nel discernimento, mancano filtri, per soppesare, interpretare, riconoscere e riconoscersi.

Così sapere tutto si trasforma in sapere tutto male, non solo superficialmente ma proprio con confusioni, errori, trabocchetti.
Esemplare è il caso di Daniele Virgillito (e prima di lui di Shane Fitzgerald) che, modificando temporaneamente alcune voci su wikipedia, con l’inserimento di citazioni false ma credibili, ha tratto in inganno media nazionali considerati attendibili dall’opinione comune.
Non solo la mala fede crea disinformazione, quindi, ma anche l’approssimazione che spesso contraddistingue un mondo in cui pare di avere qualunque informazione a portata di tip. Ciò porta a passare dall’una all’altra frettolosamente, per non perdersi nulla, perché il mondo va straordinariamente di corsa…

 

Abbiamo tempo da perdere nel non sapere?

Viviamo, infatti, tutto “in diretta”. Notizie ed eventi vengono divorati dalla curiosità, dalla necessità di testimoniare, indagare, sviscerare… e sono infine abbandonati come i gusci di vongole quando ormai non c’è più traccia di sugo. Tutto pare scadere rapidamente: bisogna “refreshare” in continuazione e dimenticare ciò che è ormai passato.

Questa vorace rapidità è legata anche ad alcune implicazioni dell’attuale modo di comunicare (che riguarda le dimensioni del sapere e dell’ignorare, in quanto dove c’è comunicazione c’è un messaggio).
L’ipercomunicabilità ci permette, per esempio, di incastrare e pressare appuntamenti e impegni senza premurarci di lasciare dei tempi in cui far decantare quanto si vive o ammortizzare possibili imprevisti. Se qualcuno ritarda di cinque minuti, impazziamo nello scervellarci sul perché non stia arrivando; e, potendo comunicare ogni minimo ritardo, ci preoccupiamo un po’ meno di far aspettare gli altri.
Pretendiamo che gli altri ci avvisino in tempo reale di tutto quel che accade e che siano reperibili e pronti a dedicare attenzione alle nostre comunicazioni. Essendo diffusa questa duplice necessità, tutti comunicano e nessuno riceve e accoglie i messaggi altrui.

 

Non era meglio discutere?

Mi rendo conto – e me ne scuso – di concludere con una domanda pienamente retorica… Ma è perché sono davvero convinto (anche per una personale inclinazione relativista) che sia meglio confrontarsi con altri su diverse ipotesi e svariati dubbi piuttosto che porre termine a un dibattito con un dato apparentemente inconfutabile.

Innanzitutto, perché è opportuno verificare con attenzione anche le soluzioni che vengono presentate come sicure, affidabili, definitive. In secondo luogo, perché dalla discussione e dalla relazione arrivano molto spesso arricchimenti impensati e inaspettati: è più interessante percorrere vari sentieri (perdendosi anche qua e là) che arrivare rapidamente alla meta con una strada asfaltata identica a molte altre.

Insomma, per concludere questo personale delirio (promettendo di stare per un po’ alla larga da disquisizioni filosofiche o di attualità non linguistico-letteraria), ritengo che abbiamo bisogno proprio di domande! Tutti cercano di dare risposte, ma può essere ancor più utile lasciare qualche non detto, qualche segreto, mistero, spazio di ignoranza da colmare con immaginazione ed essenza, dimensioni dell’esistenza che non si sanno, ma si vivono.

big_264802_full

* L’impresa è rischiosa: potrei sembrare troppo filosofico, risulterò probabilmente anacronistico, ma soprattutto mi espongo a cadere nell’errore che biasimo al punto 4 del decalogo Dieci cose che non ho mai osato chiedere, perché non volevo saperle.

** Sono invero un po’ luddista e non ancora affezionato a taluni oggetti del tempo corrente, ma mi sforzo in questo articolo di mantenere come oggetto di riflessione alcune abitudini comportamentali (che spesso affliggono anche me).

*** Preferisco restare nell’ignoranza rispetto all’esistenza di un’onomatopea corrispondente al rumore delle dita su uno schermo. Pensando alle tecnologie touch, a me viene in mente un tip (laddove su tastiera era un clic) e adotto questo. Se è già nell’uso (sebbene io non l’abbia mai sentito), vuol dire che è proprio l’onomatopea più adatta e intuitiva. Se fossi invece un’idea pionieristica, avvisatemi e corro ad accaparrarmi un copyright di sicuro successo. 😉

 

 

One Response

  1. Lorenzo 16 maggio 2014

Facci sapere cosa ne pensi