Ebook usati: un vantaggio per il lettore. Ma cosa ci guadagnano Amazon e Apple?

bancarellaPresto sarà possibile comprare un ebook usato? Il futuro sembra andare proprio in quella direzione ma, come scoprirai nel corso di questo post, la posta in gioco è alta e la “bancarella dell’usato digitale” sembra avere dei significati nascosti. Il giornale online americano Motherboard (punto di riferimento per molti amanti della tecnologia) ha commentato questa possibilità con un articolo (clicca qui per leggerlo) dal titolo molto esplicito: “Libri usati digitali: l’idea ridicola che potrebbe distruggere l’editoria”. Andiamo a capirne un po’ di più.

L’usato digitale: si venderanno ebook, mp3, video e applicazioni di seconda mano (?)

In questo post cominciavamo ad accennare all’accoppiata Amazon/Apple che hanno depositato e ottenuto due brevetti, ovviamente in competizione, per vendere ebook “usati”. Il prezzo dell’ebook subirebbe un (forte?) calo.

A livello tecnico, la realizzazione di questo progetto sarebbe relativamente semplice: si potrebbe infatti sfruttare la tecnica già in uso per il prestito digitale. Si tratterebbe quindi di una semplice estensione di un sistema già pronto: semplicemente, se prima tali piattaforme prevedevano la cessione temporanea del libro digitale – che tornava utilizzabile dal proprietario alla scadenza del prestito –, ora si tratterebbe di una cessione definitiva dei diritti.

Nel brevetto si parla di ebook ma non solo: sono previste transazioni di file audio, video e applicazioni per computer, anche in modalità streaming.

Chiariamoci, io sto dalla parte del lettore. Prima di tutto, infatti, io stesso sono un lettore. E se riuscissi a risparmiare sulla cifra mensile che spendo per i miei libri (cartacei e digitali) sarei più che contento. (Lo sarei ancora di più se, oltre al risparmio, avessi anche garantita la qualità.) Però non mi posso dimenticare che, su Internet, quando compro i miei ebook, nelle piattaforme su cui acquisto non vengo quasi mai definito “un lettore”, ma vengo definito, semplicemente, “un cliente”. A farla da padrone, quindi, anche a livello di scelta lessicale, è la transazione economica.

Il paradosso di un mercato dell’usato digitale

punto-interrogativoOra, essendo io definito “cliente”, e essendo quindi la transazione economica – il guadagno – al centro dello scambio, mi chiedo cosa possa servire a Amazon e Apple il mercato dell’usato che loro stessi propongono. Si tratta di un guadagno assoluto per il cliente: il prodotto digitale ovviamente non si può usurare, e pertanto un prodotto usato è perfettamente identico a uno nuovo. Gli oltre 200 milioni di clienti di Amazon darebbero così vita a un gigantesco sito di scambi, e gli utenti Apple farebbero la stessa cosa. Certo, si è pensato alla possibilità di inserire un tetto massimo di scambi, utili per evitare che il mercato dell’usato sostituisca quasi interamente quello del nuovo. Si è pensato cioè a un tetto massimo di passaggi di mano oltre cui un prodotto digitale non può più venire rivenduto. Una specie di “logoramento” digitale, che comunque potrebbe ridurre solo parzialmente il calo di vendite sul nuovo.

Così, una domanda continua a percuotermi: Amazon e Apple che cosa ci guadagnano? Perché “svendere” un prodotto che avrebbe ancora la possibilità di essere venduto a prezzo pieno?

Prova a immaginarti l’utilizzo che si potrebbe fare di questa nuova opportunità. Pensa se venisse resa disponibile anche per i futuri – perlomeno secondo Profumo – ebook scolastici di cui abbiamo già parlato in questo post, quelli che solitamente dominano il mercato dell’usato cartaceo, per intenderci.

Non solo. La situazione è ancora più complessa, e un altro spunto l’ha offerto Gabriele De Palma del Corriere della Sera (leggi qui l’articolo completo) parlando del “paradosso del mercato dell’usato digitale”:

il paradosso di un mercato dell’usato digitale è nella natura del bene commerciato, cioè che è difficile avere la certezza che chi se l’ha ceduto se ne sia effettivamente sbarazzato.

 

Amazon, Apple: perché decidono di guadagnare di meno? Forse per guadagnare di più

Quindi, ricapitoliamo. Sono loro stessi a proporre un mercato dell’usato in cui quasi non guadagnerebbero e che, anzi, sarebbe poco proficuo perché provocherebbe un calo delle vendite sul nuovo. Il mercato dell’usato digitale, infatti, avrà molta più fortuna di quello dell’usato cartaceo. Teniamo presente che quest’ultimo era frenato dall’usura o anche dall’incuria con cui magari venivano conservati i libri dal loro primo possessore. Molti amanti della lettura non compravano testi usati perché rovinati, per esempio. Non ti è mai capitato di interessarti a un libro su una bancarella, un testo che trovavi molto interessante o emozionante, ma non acquistarlo perché veramente troppo usurato? A me sì. Alcuni per esempio erano troppo sporchi, in un’occasione Steinbeck puzzava di marcio. (Inutile: poi l’ho comprato lo stesso). Ma a molti capita di fermarsi di fronte a questi dettagli. Come facevamo notare precedentemente in questo post, invece, la copia digitale è una copia perfetta. Intendo dire: un ebook non si usura, e allora perché dovrei comprarlo a costo pieno se posso trovarlo perfettamente identico alla metà del prezzo?

E quindi, qui sta il punto. Che senso ha per Amazon e Apple creare un mercato dell’usato digitale a prima vista controproducente per loro stessi? Provo ad abbozzare alcune risposte.

1)      Non desiderano davvero realizzare un simile progetto, ma il brevetto potrebbe essere una semplice “difesa” se piattaforme concorrenti decidessero di farlo. Quindi, loro manterrebbero il brevetto senza però utilizzarlo.

2)      Intendono creare un terremoto sul mercato da utilizzare per i propri interessi. Ne individuo due in particolare che inserisco nei punti 3 e 4.

3)      Tesi avvalorata da molti esperti: tentano di rafforzare la propria attività di editori. Non più solo venditori, quindi, ma proprio editori, in self-publishing e non solo, assicurando magari agli autori che si autopubblicano una percentuale anche sulla vendita dell’usato. Questa, tra l’altro, è una delle altre grandi differenze tra usato cartaceo e digitale: sulle vendite dei primi ovviamente non ci può essere alcun controllo da parte degli editori, sulle vendite dei secondi invece sì.

4)      Intendono provare a spostare ulteriormente la bilancia delle transazioni del mercato editoriale verso Internet, provando a far passare il mondo dell’editoria nello stesso “terremoto” che ha scosso il mondo della musica.

In ogni caso, semplificando al minimo e concentrandosi solo sugli addendi che unificano i quattro punti sopra delineati, la situazione realisticamente potrebbe essere questa: Jeff Bezos non guadagnerà da subito con il mercato di seconda mano. Anzi, magari subito ci perderà. Ma in un’ottica a lungo raggio conta di guadagnarci.

In un post della prossima settimana proveremo a pensare come. E parleremo delle reazioni del mondo editoriale tradizionale.
 
 

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