Leggere fino a doversi togliere la sabbia dalle scarpe – Il cafone letterario /1

Lunedì sera in centro appartenenti a sedimenti gialli fra i denti Il deserto dei Tartari

Tre mesi fa Matteo Miceli ci mandò questo splendido pezzo per avviare la sua rubrica “Il cafone letterario” (qui l’introduzione al progetto). Perché tanta attesa prima di pubblicarlo? Avete letto Il deserto dei Tartari?

 

Che cosa mi ha spinto alla Fortezza Bastiani (o chi mi ha spinto)

Nel primo episodio del mio brutalizzare i più bei fiori colti dal prato della letteratura internazionale ho deciso di cominciare con il famoso capolavoro che ha consacrato Dino Buzzati all’Olimpo degli scrittori di ogni tempo.

Perché proprio Il deserto dei Tartari? Ovviamente non c’è una risposta univoca né precisa. Da parecchio volevo cominciare a ridurre la profondità del mio vuoto letterario partendo da un autore italiano; un po’ perché quando posso preferisco leggere testi non tradotti, un po’ spinto da un indeciso e confuso amor di patria, un po’ perché, volente o nolente, in giovane età ho subìto la fascinazione di mia madre per autori nostrani come Calvino e Pavese.tartars-perrin
Vedi i danni causati dai genitori.
La spinta decisiva però l’ha data, rullo di tamburi, Daniel Pennac: il penultimo libro che ho letto, infatti, è il suo Storia di un corpo, nelle cui pagine finali l’autore francese cita non esplicitamente, ma molto evidentemente, il romanzo di Buzzati.
Preso da una serie di deliri mistici e rivelazioni cosmiche circa l’ispirazione giuntami in questo modo, il giorno successivo ho infine acquistato (al supermercato, ammettiamolo) l’edizione Mondadori, collana Classici Moderni, de Il deserto dei Tartari.

No, non scherzavo circa il delirio cosmico.
Ma mi piacerebbe.

 

Intermezzo

Fatemi dire che riprendere a leggere in maniera intensiva è stato un’esperienza splendida. Non so da quanto non mi capitava di soprendermi a tenere un libro in mano per strada, a cercare affannosamente spazi relativamente isolati nei luoghi pubblici per macinare pagine in tranquillità, a progettare il tragitto al lavoro in bus piuttosto che in auto 9788852031458-il-deserto-dei-tartarisacrificando il tempo destinato al sonno pur di guadagnare quello da dedicare alla lettura (non che l’abbia effettivamente fatto, d’accordo, ma l’intenzione c’è).
Soprattutto, sono stato enormemente sollevato dalla scoperta di essere ancora in grado di perdermi totalmente all’interno di una storia ben raccontata, di dimenticare l’assurda pressa esistenziale dell’“ho da fare” (ma cosa? Ma per chi? Non faccio il medico, non scongiuro crimini e non ho figli, cosa avrei “da fare” di così urgente?) e di leggere a gran velocità. In fondo alla mente nutrivo il dubbio che la mia capacità di lettura si fosse atrofizzata, ed era un dubbio piuttosto angoscioso.

 

Pagine “stipate”, fisicamente incapaci di contenere altro, eppure…

Molto in breve: Il deserto dei Tartari è un libro stupendo.

È stupendo per parecchi motivi. La scrittura di Buzzati sfoggia con discrezione un’eleganza pazzesca, narra con grazia e misura senza tralasciare nulla e senza strafare mai. Mi ha particolarmente sorpreso e deliziato l’incredibile equilibrio che viene a crearsi fra la costante densità di contenuti molto lirici e impegnativi e la leggiadria dello stile. Leggiadria che non solo rende il tutto straordinariamente elegante, ma che permette di fruire dell’enorme quantità di spunti di riflessione offerti al lettore nel corso del romanzo.
Troverei impossibile esaurire il libro nella sintesi di quella che dovrebbe essere “la” citazione, ossia il brano che emerge all’improvviso dal mare delle righe ed appare perfetto per diventare un distillato dell’intera essenza di un romanzo: qui no, ogni pagina è densa, densissima di immagini allegoriche e piccole riflessioni che sembrano stiparla di contenuti sino alla sua massima capienza. Certo, volendo proprio cercarla “la citazione” c’è , è il dialogo fra il capitano Ortiz e Giovanni Drogo poco dopo il loro incontro, in cui il capitano esplicita il fatto che la fortezza non serve e non sia mai servita a nulla; ma non è che un’ottima frase a effetto lontanissima dall’esaurire l’ampissimo spettro di argomenti oggetto di riflessione approfondita che si incontra lungo il libro.
Il genio letterario di Buzzati si disvela nel momento in cui, a fronte di questa eccezionale abbondanza di significati, si ha la consapevolezza che la lettura resta semplice, piacevole e scorrevole, grazie allo stile senza eccezione leggerissimo, puntuale, delicato.

Sa essere, però, anche tagliente o addirittura devastante al punto e al momento giusto. Ecco: un libro che parla del OLYMPUS DIGITAL CAMERAtempo è pervaso da un tempismo perfetto. L’atmosfera intessuta dall’autore, tramite riferimenti spaziali numerosi ma vaghi, rimane costantemente eterea, fiabesca, sospesa nello spazio e nel tempo e da ciò resa eterna, statica, immateriale; non per questo, però, i fatti carnei e terragni che punteggiano la vicenda appaiono sfumati, anzi il contrasto dato dalla loro improvvisa epifania lascia il lettore sbalordito e incredulo.
In una occasione ho dovuto chiudere il libro e sospenderne la lettura per un paio di giorni: dovevo riprendermi dallo svolgersi, crudissimo nella sua ineluttabilità, di una scena semplicemente troppo assurda per essere concepita.

 

Vorrei averlo conosciuto; ma forse un po’ lo conosco…

A fronte di tale ricchezza, spicca poi una totale assenza di autocompiacimento o anche solo di ammiccamento da parte dell’autore, quella sgradevole sensazione di sentirsi suggerire “eheh, hai visto che roba che riesco a comunicarti? Sono 600px-2-BUZZATI-Dino-Fonte-I_Zandonella1bravo, eh? Eeeeeh?!?”.

No.
Nulla.

Mi pare che Buzzati tenesse molto al fatto che chi lo leggeva cogliesse ciò che egli aveva da dirgli o dirle, nient’altro. La gloria e gli apprezzamenti sarebbero giunti, forse, ma mentre teneva in mano la penna non era di quello che gli importava, e si respira benissimo leggendo le sue pagine.
Il libro è pure pervaso della personalità dell’autore, che però non prende mai un ruolo di primo piano: a livello immaginifico, la scrittura è colma di tratti che tradiscono una evidente conoscenza di prima mano della montagna e delle sue manifestazioni, ma non indugia mai nel sottolinearlo e nel compiacersene.

A leggere Buzzati, sono certo che in lui si agitasse un’inquietudine profonda, nata dal vissuto delle proprie abitudini quotidiane, che lo colmava di terrore non già della morte, ma della vuotezza della vita che avrebbe preceduto quella morte, tanto da fare di questa vuotezza, nata dall’attesa perpetua della “grande occasione”, il tema centrale del romanzo.
A differenza dei propri personaggi, lo scrittore milanese coglieva perfettamente l’umana capacità di autoingannarsi di fronte a una situazione di stallo e di noia perpetua; un autoinganno mirato a evitare una depressione eccessiva di fronte alla scelta di non impegnarsi in un cambiamento di vita, che è intrinsecamente rischioso e potenzialmente fallimentare, ma risponderebbe a una urgenza intima e invincibile.

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Una tendenza all’autoinganno presente in ciascuno, così come intorno a ciascuno, presso colleghi, amici, parenti, conoscenti, tutti o quasi intenti a indorare i discorsi circa la propria vita personale e professionale, quelli che tentano di rispondere all’odiosa domanda “cosa fai nella vita?”.
Odiosa perché costringe a fare i conti con se stessi, ad ammettere – forse in maniera tanto leggera da non essere registrataOLYMPUS DIGITAL CAMERA consciamente, forse ripetendo ciò che si ode dire da una vocetta proveniente dal fondo dell’animo, flebilissima per le infinite volte in cui è stata frettolosamente e disperatamente messa a tacere – che la maggior parte del proprio tempo, un tempo che non ritornerà mai, viene inutilmente impiegata in attività che in fondo sono di nessun interesse; ad ammettere che si è studiato e ci si è impegnati tanto per inseguire un’illusione di produttività e stabilità che avrebbe dovuto portare la felicità, ma così non è stato; ad ammettere che gli sforzi fatti e che si continuano a fare servono solo a rinsaldare le mura e le sbarre di un carcere personale, in cui ci si sente destinati a languire per sempre avendo come unica consolazione il fatto di non essere i soli intrappolati in questa illusione.

E questo doveva angosciarlo enormemente.

Credo di essere stato molto fortunato a leggere Il deserto dei tartari a un’età vicina a quella in cui Buzzati lo scrisse (33 lui, 31 io), perché ciò mi fornisce l’occasione di sperimentare almeno una parte di ciò che doveva vivere lui in quel buzzati-da-giovaneperiodo. L’accettazione del fatto che il lavoro tanto inseguito non era poi, alla quotidiana prova dei fatti, la meraviglia che si pensava; l’agghiacciante impressione di prendere attivamente parte a una allucinante illusione collettiva per cui si finisce col mentire circa l’entità e la portata delle proprie attività e la soddisfazione che ne deriva. La sensazione che cambiare è doloroso ma necessario, se non si vuole trascorrere l’esistenza nell’attesa di un’occasione che non giungerà mai.

Ecco dunque il terribile catalogo di consapevolezze che leggere Il deserto dei tartari costringe a sfogliare; ed ecco anche che le riflessione suggerite diventano inevitabilmente riflessioni su di sé.

Suggerite nella maniera elegantissima di cui sopra, però.
E scusate se è poco.

 

 

 

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