20 marzo 2013: le porte dell’Opificio stanno per aprirsi!

Opificio di scrittura

Opificio di scrittura

La divisa da operaio della scrittura è pronta, letto e riletto con impegno il memorandum di Francesco su cosa non “lasciare a casa” quando si scrive. A questo punto esiste un’idea seria delle attenzioni da coltivare e un cenno della teoria dentro e oltre lo stile.
E poi?

Poi per qualcuno esiste un resto; taluni lo chiamano talento, una moneta di scambio di incerta natura, che sempre si accompagna a dedizione e sudore. Quel resto tocca cercarlo da soli; una volta padroni degli strumenti, guarderemo tra le nostre parole, cercando una «specie di luce nell’animo che ti fa credere per un secondo, di poter scoprire il divino segreto delle cose.» (tratto da Amo la notte con passione di Guy de Maupassant di cui troverete una recensione qui).

Quale elemento fa di un’accozzaglia di parole schierate come gendarmi, uno scritto saldo nella sua dignità, non manchevole di corpo e dotato di una certa malìa?

«Scrivere è architettura, non decorazione di interni» diceva Ernest Hemingway, e non può prescindere dalla codificazione, dalla tecnica. Scrivere vuole anche dire rammentare l’origine e la forma attuale, la storia, le avanguardie e le rivoluzioni compiute dagli autori di ogni tempo, che oggi seguiamo disquisendo nei social network o davanti a un calice di vino.
Ma scrivere, per fortuna, è anche passione, quel latino turbamento d’animo riversato in lettere.

Un e-book, un post o un luogo che ancora non conosciamo; quel che conta è –Writing down the bones. Freeing the writer whithin- come titola il libro di Natalie Goldberg.

Immaginarsi di entrare in un opificio di scrittura

…così come nella Firenze del 1583 entrò quell’allegra combriccola di amici legati dalla passione per la parola, magari senza la pretesa di dare alla luce una vera e propria istituzione di linguistica e filologia della lingua italiana. L’Accademia della Crusca digitale esiste già!

Immergersi nell’aria satura di olio esausto e

decorticare le parole dalla crusca; togliere la farina polverulenta che blocca la scorrevolezza del testo, che impedisce al nostro ardore di scrittori in erba di creare frasi senza inutili orpelli e liberare quelle che vagolano tra le righe.

Imparare l’importanza di

tenere sempre a mente il lettore, i personaggi, i dettagli, guardando quello che abbiamo scritto e capire se… eppur si muove! Fortunatamente non saremo soli, parafrasando Martin Adams c’è qualcuno che ci sorveglia mentre scriviamo. La madre. Il maestro. Shakespeare. Dio.

Sognare di uscire dalla fabbrica con

il viso nero di fuliggine e dentro una sottile sensazione di trionfo; pronti a sederci davanti al foglio bianco e sfidare la banalità; decisi ad afferrare la penna o la tastiera e fermare il briciolo di passione e innovazione che ci appartiene.

Dalla parte di chi vuole mettere piede in questo opificio, aggiungo ai cinque pro memoria di Francesco, un’idea da cui partire e un passo da fare sulla soglia di fine corso.

α. Il rispetto per l’arte della scrittura

Anche se i nostri elaborati potrebbero non essere mai elevati alla qualifica di opera, quella che maneggiamo è la summa delle fatiche condivise da una storia intera di scrittori. Vogliamo padroneggiare l’arte di creare mondi, il nostro narcisismo in parole, la possibilità di mettere un pubblico di fronte a domande imperfette e svelare con fragilità la fiammella di qualche incerta risposta. Esiste una responsabilità verso il lettore in tutto questo e una cura per e della Parola.

ω. Il misterioso quid 

Una volta chiuse le porte dell’opificio, resta da interrogarsi su quel quid; difficile definirlo, ma riconoscibile per ciascun lettore tra le righe dei testi che ama.

Pensiamo alla prosa con cui de Maupassant racconta il suo irrisolto senso di solitudine,

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No, nessuno capisce nessuno, comunque si pensi, checché se ne dica, qualunque cosa si faccia. Pensi che la terra sappia cosa succede su quelle stelle là in alto, gettate come semenza infuocata attraverso lo spazio, così lontane che noi percepiamo soltanto la luce di alcune di loro, mentre l’innumerevole esercito delle altre è disperso nell’infinito, magari così vicine tra di loro da formare un tutto, come le molecole di un corpo?

 

È facile riconoscere la suggestione del “semenza infuocata” in qualsiasi altro scritto di de Maupassant. Dalla suggestione può nascere quel resto che risponde all’interrogativo del titolo.

Siamo entrati nell’opificio per

affinare gli strumenti. Poi li faremo sedimentare attendendo il tempo necessario perché si materializzi un nostro stilema e dentro la parola, la nostra voce.

L’amore per la scrittura -quando è reale- ha le sue carezze nascoste nelle parole inquiete che trasmettiamo sul foglio e ognuno di noi ha il suo lessico interiore.

Scopri di più sugli #Opifici2013.

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