Contro il colonialismo digitale in 6 glosse

copertina di Contro il colonialismo digitale di Roberto CasatiNel corso dell’estate su Doppiozero è nato un ricco dibattito intorno a Contro il colonialismo digitale di Roberto Casati. Dopo gli inizi stentati (per esempio al salone del Libro, come raccontato su Bibliocartina) e la solita contrapposizione tra entusiasti e tecnofobici, pare che l’agile pamphlet abbia preso il volo per ritagliarsi lo spazio che merita nel discorso pubblico.

L’idea forte di Casati è tutta contenuta nel titolo del saggio. L’autore individua la madre di tutte le questioni nella mentalità del colono digitale, che è in definitiva una persona convinta che il digitale debba informare a sé tutta la vita sociale perché… semplicemente perché è possibile farlo, e quindi non possiamo permetterci di evitarlo né di indirizzare questo processo.

Copertina de La libertà ritrovata, di Frank SchirrmacherHo letto il libro, cartaceo,  in un paio di giorni, ho fatto molte orecchie alle pagine e ho lasciato tracce di grafite sulle sue pagine. Avevo pensato di recensirlo, ma poi ho ripreso in mano un saggio più datato, La libertà ritrovata – Come continuare a pensare nell’era digitale, di Frank Schirrmacher (edito dai benemeriti di Codice edizioni) e ho pensato che sarebbe stato utile affiancare i due libri in questo post che alla fine non è che parli solo del libro di Casati.

 


 

1. Il libro è un generatore di pratiche

È facile descrivere che cos’è un libro. Dopo tutto è una tecnologia perfezionata nel corso dei secoli che ha ormai raggiunto un elevato grado di stabilità (perfezione?). Qualcuno nel tempo ne ha indagato anche i dintorni.

Lighthouse, di Molly Rhoda via flickr.com

Casati ci porta invece a ragionare sulle funzioni e sulle pratiche che il libro ha generato [p. 11]:

[quote]Intorno al libro si sono cristallizzate, nei secoli, norme e regole sociali collaudate che lo definiscono e lo proteggono. Non è un discorso nostalgico, ma un fatto legato alla funzione del libro: far circolare idee a bassissimo costo e in un formato che ha una serie di vantaggi, non solo la manipolabilità ma anche la trasmissibilità, la riconsultabilità, la regalabilità: il libro cartaceo è un oggetto di scambio, di comunicazione. [/quote]

Il libro non assolve solamente la funzione di veicolare contenuti. Certo, questa è una funzione che svolge benissimo. Ma i contenuti, i testi in senso largo, possono essere veicolati da altri media.

2. Scusate, mi è arrivata una notifica da twitter

Siamo circondati e sollecitati in continuo da informazioni e da idee veicolate digitalmente che sono trasmissibili e riconsultabili (ma sarebbe meglio dire condivisibili e rintracciabili) forse in modo ancora più efficace oggi rispetto a ieri. Ciò che cambia è la loro massa, che cresce fino a diventare una massa critica capace di generare sovraccarichi cognitivi. Dopo tutto la nostra specie cerca informazioni, perché le informazioni e le idee facilitano e veicolano le possibilità di successo degli individui, tanto da far affermare a Schirrmacher [p. 87] che siamo una specie informivora:

[quote] Abbiamo fame. Cacciamo. E poiché nella nostra azione non siamo molto efficaci, veniamo divorati. Le informazioni sono prede. La nostra attenzione e la nostra energia sono le prede delle informazioni.[/quote]

Si può non essere d’accordo con una visione così darwinista, eppure basta pensare alla nostra giornata tipo per renderci conto che siamo preda di sollecitazioni digitali che cercano di catturare la nostra attenzione. Quanto spesso, nell’arco di una giornata, consultiamo l’email, la timeline di twitter e di facebook, le notizie su vari siti d’informazione? Molto spesso, e come se non bastasse, sono la posta, twitter e le news ad arrivare a noi senza che le cerchiamo. Quanto è difficile resistere al richiamo di una notifica?

Rimanendo in ambito etologico, non abbiamo ancora sviluppato efficaci comportamenti antipredatori e a farne le spese sono attenzione e concentrazione.


3. Quanto costa la tua attenzione?

Schirrmacher ha scritto il suo saggio nel 2009. Pochi anni fa a ben vedere, ma un’epoca intera nella nella contrazione spazio-temporale dell’era digitale. L’iPad arriva sul mercato solo nel 2010 e sono i tablet a imprimere un’ulteriore accelerazione alla cupa visione di Schirrmacher. Secondo Casati infatti [p. 21 e p. 27] l’iPad è uno:

[quote] Strumento d’intrattenimento a trecentosessanta gradi. Il punto di svolta, la scelta di campo segnata dall’iPad e imitatori è interessante per scoprire come prefigura il palinsesto della nostra vita mentale. Si tratta di una battaglia interessante per gli anni a venire, il cui trofeo, ambitissimo, è la nostra risorsa intellettuale primaria, l’attenzione.
[…] Non è solo un computer di consumo fine a se stesso, è il terminale di una smisurata catena di distribuzione, la sua vetrina.[/quote]

Obsessive Compulsive Behaviour via FFFFOUND!

Obsessive Compulsive Behaviour via FFFFOUND!

Esagerazioni? Può darsi, ma le iperboli dei due autori hanno fondamenta solide.


4. Produrre o consumare?

Quando Casati riconosce nell’iPad (ma parliamo anche di un tablet Android, seppur con lievi differenze) la vetrina di una smisurata catena di distribuzione ha una delle intuizioni migliori di tutto il saggio e questo aspetto merita qualche riflessione. Facciamo un salto indietro, torniamo a pagina 18 e leggiamo ancora Casati:

[quote]Fino al giorno [dell’arrivo del tablet n.d.r.] i computer erano prevalentemente, se non esclusivamente, strumenti di produzione intellettuale. Per la prima volta incontriamo invece un computer che è uno strumento di consumo intellettuale.[/quote]

Knowledge Worker, via The red angle

Knowledge Worker, via The red angle

5. Consumare è produrre

Mi sembra però che Casati ignori un fatto importante: il ruolo del consumatore nel mercato del web 2.0, contesto in cui i contenuti sono in gran parte generati dagli utenti stessi (per esempio su YouTube o Facebook o qualunque altro social network). Lo strumento di consumo intellettuale è anche e nello stesso momento lo strumento con cui si producono la maggior parte dei contenuti. Testi, foto, video, audio, coordinate geografiche, stati emotivi sono riversati dagli utenti dentro i propri dispositivi mobili e ritornano sugli schermi pronti a predare l’attenzione. Ecco che in realtà i big player del web non producono nulla – o quasi – ma si limitano a trarre:

[quote]il proprio profitto dalla raccolta di dati e dalla profilazione degli utenti grazie soprattutto ai comportamenti e alle esternazioni spontanei[/quote]

come sostiene un quanto mai efficace Francesco Vignotto sul suo blog Mess Age.


6. Digitale vs cartaceo: un gioco a somma zero?

Tanti, tanti dati e tantissime informazioni, prodotti in larghissima misura dagli stessi utenti. Semmai la questione è parlare della qualità di questa massa enorme di bit. Leggiamo e leggiamo molto, probabilmente leggiamo quantitativamente di più adesso rispetto all’era gutenberghiana. Leggiamo pochi libri? Forse, anche se le ricerche segnalano che i lettori di libri digitali sono lettori forti anche di libri cartacei (per avere un’idea della situazione italiana date uno sguardo qui). Il fatto è che di fronte alla marea di testi generata dagli utenti di internet, ogni discorso sulla lettura digitale che si concentri sui paradigmi dell’editoria (digitale o no, il modello è simile) è destinato a essere trascinato e disperso dalla risacca.

L’ebook è una minuscola parte della fruizione di testi. Lo sarà anche qualora dovesse penetrare fino al 100% dei lettori (ipotesi che al momento non ritengo verosimile, come ho scritto qui). Ciò che anche nella trattazione di Casati mi sembra di rintracciare è la tentazione di immaginare che l’ebook possa sostituire il libro occupandone completamente o quasi la nicchia ecologica e stravolgendo le abitudini di lettura.

PABLO PICASSO " The Bull metamorphosis"

Metamorfosi con toro, Pablo Picasso, via flickr.com

Le abitudini di lettura però sono già stravolte. A farne le spese al momento sono i quotidiani e l’informazione stampata, che non riesce (e forse non può) reggere il ritmo della rete e anche quando sopravvive subisce una muta tale da renderla irriconoscibile (a questo proposito è utile leggere Il web e l’arte della manutenzione della notizia, di Alessandro Gazoia aka Jumpinshark).

Il libro di carta sopravviverà? Probabilmente sì, anche se a farne le spese sarà in primo luogo l’attuale modello produttivo e distributivo e non l’esistenza stessa dell’oggetto né dei lettori di libri.


5 Comments

  1. Leandro Machina 17 settembre 2013
  2. Alessandro M. 18 settembre 2013
  3. Leandro Machina 18 settembre 2013
  4. Laura Lo Giudice 20 settembre 2013
  5. Leandro Machina 23 settembre 2013

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